Fotovoltaico e fonti energetiche alternative in casa: quali convengono davvero in una ristrutturazione

di Alessandro Mezzina

Piccola turbina eolica domestica installata in area rurale ventosa

Una guida pratica alle fonti energetiche alternative in ambito residenziale: fotovoltaico, solare termico, geotermia e micro-eolico. L’articolo spiega quando convengono davvero, quali limiti tecnici considerare e come orientarsi tra dimensionamento, vincoli e detrazioni fiscali.

Indice

Il tema dell’utilizzo di fonti energetiche alternative è sempre più diffuso anche quando si ristruttura casa. Non solo per una questione ambientale, ma soprattutto per ragioni molto più concrete: ridurre le bollette e contemporaneamente allinearsi con le nuove abitudini di consumo energetico.

Il problema è che “fonti alternative”, anche se solo limitato all’ambito residenziale, è un’espressione ampia. Dentro questa categoria finiscono tecnologie molto diverse tra loro: fotovoltaico, solare termico, geotermia domestica, micro-eolico. Alcune producono elettricità, altre calore; alcune sono ormai mature e diffuse, altre funzionano bene solo in condizioni molto particolari.

In una ristrutturazione residenziale, quindi, la domanda corretta non è quale sia la tecnologia più innovativa o più “green” in assoluto. La domanda corretta è un’altra: quale soluzione ha senso per quella casa, con quei consumi, quello spazio disponibile, quei vincoli e quel budget?

Pubblicità

Oggi il fotovoltaico è senza dubbio la tecnologia più matura e facilmente integrabile. Permette di produrre energia elettrica, può essere abbinato a batterie di accumulo e si adatta bene al panorama residenziale in forte espansione che vede un consumo sempre maggiore di elettricità per tutti i principali servizi: climatizzazione, cucina, acqua calda e mobilità. Il solare termico, invece, serve soprattutto a produrre acqua calda sanitaria, mentre il geotermico, sebbene possa offrire prestazioni elevate, richiede condizioni tecniche e investimenti più impegnativi oltre a essere limitato alla sola climatizzazione estiva/invernale. Infine il micro-eolico è una soluzione di nicchia, interessante solo dove il vento è davvero costante e sfruttabile.

A ogni modo nel prosieguo dell’articolo vedremo queste principali tecnologie abbinate al settore residenziale, faremo dei confronti e vedremo in quali casi conviene uno o l’altro.

Perché non tutte le tecnologie sono adatte a ogni abitazione

Chiarite le differenze di base delle varie tecnologie rinnovabili che è possibile installare in casa, risulta chiaro come non esista una soluzione universalmente valida. Una villetta con tetto libero e ben esposto è molto diversa da un appartamento in condominio. Una casa al Sud con falde soleggiate ha condizioni differenti rispetto a una casa in zona montana, ombreggiata o con copertura complessa. Un’abitazione utilizzata tutto l’anno ha consumi diversi rispetto a una seconda casa usata solo in estate.

Per questo non è possibile fare una classifica assoluta tra tecnologie, ma è sempre necessario fare le specifiche verifiche e riflessioni: la tecnologia migliore non è sempre quella più pubblicizzata, ma è sempre quella più coerente con l’edificio e con il modo in cui verrà abitato.

Fotovoltaico: la soluzione più matura per produrre energia elettrica in casa

Fotovoltaico installato su un'abitazione

Il fotovoltaico è la tecnologia più conosciuta e più diffusa tra le fonti alternative domestiche. La sua funzione è semplice da spiegare: i pannelli fotovoltaici trasformano la radiazione solare in energia elettrica, che può essere consumata direttamente in casa, immessa in rete o accumulata in una batteria.

Dal punto di vista residenziale, il grande vantaggio del fotovoltaico è la flessibilità. L’energia elettrica prodotta può alimentare luci, elettrodomestici, climatizzatori, ventilazione meccanica, pompe di calore, piani a induzione, sistemi domotici e colonnine di ricarica. Il passaggio all’elettrico con il progressivo abbandono delle fonti energetiche fossili ormai non è più solo un trend ma un dato di fatto, quindi questa versatilità del fotovoltaico è un punto forte.

Gli impianti domestici rientrano generalmente tra gli impianti di piccola taglia: nella classificazione tradizionale, gli impianti sotto i 20 kW sono considerati piccoli impianti, anche se nel residenziale ordinario le taglie più comuni sono molto più basse, spesso tra 3 e 6 kWp.

Come funziona un impianto fotovoltaico domestico

Un impianto fotovoltaico domestico non è composto solo dai pannelli, ne abbiamo già parlato in un altro articolo ma fare un richiamo qui è utile. I moduli (cioè i pannelli veri e propri) sono la parte più visibile, ma il sistema comprende anche inverter, quadri elettrici, protezioni, cavi, strutture di fissaggio, eventuali ottimizzatori, contatore di produzione e sistema di monitoraggio.

Dopo i pannelli, l’inverter è uno dei componenti principali del fotovoltaico: trasforma la corrente continua prodotta dai pannelli in corrente alternata utilizzabile dagli impianti domestici. Il sistema di monitoraggio, invece, permette di controllare produzione, autoconsumo e immissione in rete: senza monitoraggio, il proprietario vede solo una riduzione in bolletta, ma non comprende davvero come l’impianto lavora.

Pannelli, inverter, quadro elettrico e monitoraggio

I moduli fotovoltaici residenziali oggi hanno potenze molto più alte rispetto a dieci o quindici anni fa. Nei vecchi impianti domestici era frequente trovare pannelli da circa 180-250 Wp; in molti impianti installati tra il 2010 e il 2015 si usavano moduli da circa 230-270 Wp, spesso con dimensioni nell’ordine di 1,60-1,70 m² per pannello. In termini pratici, un vecchio modulo da 250 Wp occupava circa 1,6 m² e sviluppava intorno a 150 Wp/m².

Oggi, invece, un pannello domestico moderno si colloca spesso tra 400 e 460 Wp, con formati indicativi intorno a 1,8-2,0 m². Alcuni moduli arrivano anche a 500 Wp o oltre, ma spesso con dimensioni del pannello maggiori, quindi non sempre sono la scelta più comoda sui tetti residenziali piccoli o frammentati. Nei prodotti più performanti, l’efficienza può superare il 22%, mentre il record certificato per moduli HJT di grande superficie ha raggiunto valori superiori al 25% in ambito tecnologico avanzato.

La differenza si capisce meglio con un esempio. Per realizzare un impianto da circa 3 kWp, con pannelli da 250 Wp sarebbero serviti circa 12 moduli, per una superficie netta vicina a 19-20 m². Con pannelli moderni da 430-450 Wp possono bastare 7 moduli, con una superficie netta intorno a 13-14 m². Questo non significa che ogni tetto possa ospitare automaticamente più potenza: contano sempre orientamento, ombre, distanze, geometria della falda e spazi tecnici. Però spiega perché, rispetto al passato, oggi è più facile ottenere una potenza interessante anche su coperture non molto grandi.

Periodo indicativoPotenza pannelloDimensione tipicaPotenza per m²
2005-2010180-230 Wp1,3-1,6 m²130-145 Wp/m²
2010-2015230-270 Wp1,6-1,7 m²145-165 Wp/m²
2015-2020280-350 Wp1,6-1,8 m²170-200 Wp/m²
Oggi400-460 Wp1,8-2,0 m²210-230 Wp/m²

Per un ragionamento preliminare si può assumere che 1 kWp di fotovoltaico richieda circa 4,5-5 m² di superficie netta di pannelli. In progetto, però, conviene considerare una superficie di falda maggiore, spesso nell’ordine di 5,5-7 m² per kWp, perché bisogna tener conto di margini, ostacoli, camini, lucernari, ombre, distanze tecniche e geometria della copertura.

Una taglia da 3 kWp può quindi richiedere circa 14-18 m² di superficie utile di copertura; una da 4,5 kWp circa 25-30 m²; una da 6 kWp intorno a 35-40 m² se si ragiona in modo prudenziale sul tetto realmente sfruttabile.

Produzione elettrica e autoconsumo

La produzione di un impianto fotovoltaico si misura in kWh annui. Non bisogna confondere kW e kWh: il kW indica la potenza, cioè la capacità istantanea; il kWh indica l’energia prodotta o consumata nel tempo.

In Italia, la resa annua di un impianto fotovoltaico varia molto in base a posizione geografica, esposizione, inclinazione, ombreggiamenti e perdite di sistema. Come ordine di grandezza, 1 kWp può produrre circa 1.150-1.350 kWh/anno in molte zone del Nord, 1.300-1.500 kWh/anno al Centro, 1.500-1.650 kWh/anno al Sud e nelle Isole. Il sistema PVGIS della Commissione europea è uno degli strumenti più usati per stimare la producibilità fotovoltaica in base al sito; negli esempi riportati dalle simulazioni PVGIS, un impianto da 1 kWp a Palermo può arrivare a circa 1.519 kWh/anno, a conferma dell’importanza della posizione geografica. Un impianto da 3 kWp può quindi produrre indicativamente tra 3.500 e quasi 5.000 kWh/anno, mentre un 6 kWp può superare facilmente 7.000-9.000 kWh/anno in molte zone favorevoli.

Questi numeri, sebbene forniscano un primo ordine di grandezza, non indicano però il risparmio effettivo in bolletta. Il dato decisivo da questo punto di vista è quanta dell’energia prodotta viene autoconsumata. L’autoconsumo è la quota di energia prodotta che viene utilizzata direttamente dalla casa nel momento in cui viene generata. Più la casa consuma nelle ore di produzione, più il fotovoltaico è conveniente. Se invece gran parte dell’energia viene prodotta quando la casa è vuota, il beneficio dipende dalla vendita dell’energia immessa in rete o dalla presenza di un sistema di accumulo (in sostanza di una batteria), di cui parleremo tra poco.

Quando il fotovoltaico conviene davvero

Il fotovoltaico conviene soprattutto quando ci sono tre condizioni: una buona superficie disponibile, consumi elettrici significativi e possibilità di autoconsumo.

Cominciamo col fare una prima distinzione: una casa abitata stabilmente, con elettrodomestici usati durante il giorno, climatizzazione estiva, magari pompa di calore o piano a induzione, è sicuramente più adatta all’installazione di un impianto fotovoltaico rispetto a una seconda casa usata solo nei weekend o in estate. Per questa tipologia di abitazioni, se si vuole sfruttare il fotovoltaico, si potrebbe pensare a sistemi portatili che sicuramente producono meno energia ma che sono più economici.

Esposizione, orientamento e ombreggiamenti

Il fotovoltaico, per produrre energia, ha bisogno di luce solare. L’esposizione ideale resta quella verso sud, perché consente di intercettare meglio la radiazione durante le ore centrali della giornata. Tuttavia, non bisogna pensare che solo una falda perfettamente esposta a sud sia adatta all’installazione. Anche coperture orientate a est o a ovest possono funzionare bene, soprattutto quando i consumi della casa sono distribuiti tra mattina e pomeriggio. Una falda a est produce di più nelle prime ore del giorno; una falda a ovest lavora meglio nel pomeriggio. In alcuni casi, una doppia esposizione est-ovest può risultare interessante perché allarga la curva di produzione nell’arco della giornata, anche se il picco massimo sarà inferiore rispetto a un impianto esposto a sud.

Il problema più importante, però, non è sempre l’orientamento. Spesso il vero limite è l’ombreggiamento.

Camini, alberi, parapetti, edifici vicini, abbaini, antenne, lucernari e volumi tecnici possono ridurre sensibilmente la resa dell’impianto. L’effetto dell’ombra non va sottovalutato, perché un modulo fotovoltaico non lavora come una semplice superficie uniforme: è composto da celle collegate tra loro e inserite in circuiti elettrici. Quando una parte del pannello viene ombreggiata, la produzione può ridursi in modo non proporzionale alla sola area coperta dall’ombra.

Negli impianti tradizionali con inverter di stringa, più moduli vengono collegati in serie. In una stringa, la corrente tende a essere condizionata dal modulo che lavora peggio. Se un pannello è ombreggiato, sporco, orientato diversamente o meno performante, può penalizzare anche gli altri moduli collegati alla stessa stringa. È il cosiddetto problema del mismatch, cioè il disallineamento tra le prestazioni dei diversi moduli.

Come ottimizzare il fotovoltaico penalizzato: gli ottimizzatori

Per ridurre questo effetto esistono gli ottimizzatori di potenza, dispositivi elettronici installati a livello del singolo modulo o di una coppia di moduli. La loro funzione è permettere a ogni pannello di lavorare in modo più indipendente, cercando il proprio punto di massima potenza. In termini tecnici, l’ottimizzatore esegue un MPPT locale, cioè individua il punto in cui quel modulo può produrre il massimo possibile nelle condizioni reali in cui si trova.

Il vantaggio degli ottimizzatori non è uguale per tutti: su una copertura ben esposta, senza ombre e con moduli tutti orientati nello stesso modo, il miglioramento può essere molto contenuto, spesso nell’ordine di 0-2% annuo, e potrebbe non giustificare il costo aggiuntivo. In presenza di piccoli disallineamenti, sporco localizzato, differenze tra moduli o ombre occasionali, il recupero può salire indicativamente al 2-5%. Nei casi più critici, con ombre ricorrenti su alcuni pannelli, falde con orientamenti diversi o stringhe penalizzate da pochi moduli sfavoriti, il miglioramento può arrivare a 5-15% rispetto a una configurazione tradizionale. In situazioni di ombreggiamento pesante e complesso, alcuni studi su sistemi con elettronica a livello di modulo indicano incrementi anche superiori al 20% sulla produzione mensile di stringhe fortemente ombreggiate, ma si tratta di casi specifici e non di un risultato generalizzabile a tutti gli impianti.

La cosa importante è capire che questi valori non vanno letti come “energia in più” garantita. Gli ottimizzatori recuperano una parte delle perdite dovute al mismatch, ma non eliminano l’ombra. Se un pannello riceve poca radiazione solare, continuerà comunque a produrre poco. L’ottimizzatore può evitare che quel modulo penalizzi eccessivamente gli altri, ma non può trasformare una falda ombreggiata in una falda ideale.

Un esempio aiuta a chiarire. Se un impianto da 6 kWp, ben esposto e senza ombre, potrebbe produrre 7.800 kWh/anno, ma a causa di ombre parziali scende a 6.800 kWh/anno, la perdita è di circa 1.000 kWh. In un caso favorevole, gli ottimizzatori potrebbero recuperare una parte di questa perdita, ad esempio 300-600 kWh/anno. Il guadagno apparirebbe quindi come un +4-9% rispetto all’impianto ombreggiato, ma non come un +4-9% rispetto all’impianto ideale senza ombre. Questa distinzione è fondamentale.

Gli ottimizzatori sono quindi utili soprattutto quando:

  • alcuni moduli sono soggetti a ombre parziali in specifiche ore del giorno;
  • i pannelli devono essere distribuiti su falde con orientamenti o inclinazioni diverse;
  • sono presenti camini, abbaini, parapetti o volumi tecnici che disturbano solo una parte del campo fotovoltaico;
  • si vuole monitorare la produzione a livello di singolo modulo;
  • si vuole ridurre il rischio che un pannello poco performante condizioni tutta la stringa.

Non sono invece sempre necessari su tetti semplici, liberi da ombre, con una sola esposizione e moduli installati in condizioni molto uniformi. In questi casi un buon inverter di stringa, correttamente dimensionato e con stringhe ben progettate, può essere più che sufficiente.

Va considerato anche che gli ottimizzatori aggiungono componenti elettronici sul tetto. Questo significa maggiore costo iniziale, maggiore complessità impiantistica e più elementi da controllare nel tempo. Per questo la scelta non dovrebbe essere commerciale, ma progettuale: prima si analizzano ombre, falde e stringhe; poi si decide se gli ottimizzatori sono realmente utili.

La verifica degli ombreggiamenti, quindi, non può limitarsi a guardare quanti metri quadrati sono disponibili. Un tetto grande ma disturbato da ombre può produrre meno di una superficie più piccola ma libera. Nei casi ben progettati, ottimizzatori, microinverter o una corretta configurazione delle stringhe possono migliorare sensibilmente la resa reale dell’impianto. Nei casi peggiori, invece, nessuna elettronica può compensare una cattiva esposizione o un’ombra troppo persistente.

Quanto conta il dimensionamento dell’impianto

Il dimensionamento è uno dei punti più delicati. Un impianto troppo piccolo copre solo una parte limitata dei consumi; uno troppo grande produce molta energia in eccesso, che non sempre viene valorizzata in modo vantaggioso.

In linea generale, per una casa con consumi elettrici tradizionali, senza pompa di calore e senza auto elettrica, una taglia da 3 kWp può essere sufficiente. Per una famiglia di 3-4 persone con consumi più elevati e uso crescente di apparecchi elettrici, una taglia da 4,5 kWp può essere più equilibrata. Infine per una villetta con climatizzazione elettrica, piano a induzione, possibile pompa di calore e consumi futuri in aumento, 6 kWp possono essere una scelta sensata.

Fotovoltaico con accumulo: i vantaggi dell’autonomia energetica e gli aspetti economici da considerare

Fotovoltaico con accumulo

L’accumulo è uno dei temi più discussi quando si parla di fotovoltaico domestico. L’idea è intuitiva: la casa produce energia durante il giorno, la batteria la immagazzina e la rende disponibile la sera o nelle ore in cui i pannelli non producono.

Questo aumenta l’autoconsumo e riduce i prelievi dalla rete. Pur offrendo vantaggi significativi, l’accumulo non rende la casa del tutto indipendente né elimina completamente i costi in bolletta. Una batteria è un serbatoio energetico: ha una capacità limitata, una potenza massima di carica e scarica, un rendimento di conversione e un numero di cicli di vita utile.

La capacità delle batterie di accumulo del fotovoltaico, espressa in kWh, indica quanta energia la batteria può immagazzinare. Questo dato va distinto dalla potenza di picco, misurata in kW: una batteria da 10 kWh non è automaticamente in grado di alimentare qualsiasi carico domestico, se la sua potenza massima di scarica è 3 kW potrà sostenere carichi fino a quel limite, anche se ha ancora energia disponibile. Quindi sono due i dati da tenere in considerazione quando si acquista un accumulo per fotovoltaico: capacità e scarica. Con la capacità che è il valore più importante

Dal punto di vista tecnico, un sistema con accumulo lavora di solito secondo questa sequenza:

  1. l’energia fotovoltaica alimenta prima i consumi istantanei della casa;
  2. se c’è energia in eccesso, carica la batteria;
  3. se la batteria è piena, l’eccedenza viene immessa in rete;
  4. quando il fotovoltaico non basta, la batteria alimenta la casa;
  5. quando la batteria è scarica, la casa torna a prelevare dalla rete.

Il passaggio non è però perfetto. Ogni ciclo di carica e scarica comporta perdite. Nei sistemi residenziali moderni il rendimento complessivo di andata e ritorno può essere indicativamente nell’ordine dell’85–95%, a seconda della tecnologia, dell’inverter, della configurazione e delle condizioni di utilizzo. Questo significa che non tutta l’energia caricata nella batteria torna disponibile per la casa.

Le taglie residenziali più frequenti sono comprese tra 5 e 15 kWh. Una batteria da 5 kWh può essere coerente con un impianto da 3 kWp e consumi serali moderati. Una batteria da 8–10 kWh può avere senso con impianti da 4,5–6 kWp e consumi più distribuiti. Una batteria da 13–15 kWh può essere utile in case totalmente elettrificate, con pompa di calore, climatizzazione, piano a induzione o ricarica elettrica, ma rischia di essere eccessiva in abitazioni con consumi bassi o poco surplus fotovoltaico.

La regola pratica per dimensionare l’accumulo

Una regola di massima utile è questa: la batteria dovrebbe essere dimensionata sul surplus fotovoltaico che la casa produce quasi ogni giorno e che riesce realmente a consumare dopo il tramonto.

Non ha senso installare una batteria da 15 kWh se, per molti mesi dell’anno, l’impianto riesce a caricarne solo 4 o 5. Allo stesso modo, non serve un accumulo grande se la sera i consumi sono bassi.

Per una prima valutazione si possono usare due criteri incrociati.

Il primo è il rapporto tra batteria e potenza fotovoltaica:

  • 0,8–1 kWh/kWp: dimensionamento prudente;
  • 1–1,5 kWh/kWp: dimensionamento comune se i consumi serali sono importanti;
  • oltre 1,5 kWh/kWp: da verificare bene, perché può diventare sovradimensionato.

Il secondo è il consumo serale/notturno. Se una famiglia consuma mediamente 6 kWh tra sera e notte, una batteria utile da 5–7 kWh può essere coerente. Se ne consuma 3, una batteria da 10 kWh rischia di essere poco sfruttata. Se ne consuma 10–12, ad esempio per climatizzazione, pompa di calore o ricarica, una taglia maggiore può diventare più sensata.

Quando l’accumulo ha veramente senso

L’accumulo ha più senso quando la casa produce molta energia nelle ore centrali e consuma molto dopo il tramonto. È il caso di famiglie che rientrano nel tardo pomeriggio, cucinano con piano a induzione, usano lavatrice e lavastoviglie la sera, climatizzano gli ambienti, hanno una pompa di calore o vogliono aumentare la quota di energia fotovoltaica usata direttamente.

In un’abitazione senza accumulo, l’autoconsumo diretto si colloca spesso in una fascia indicativa del 25–40% della produzione, a seconda delle abitudini. Con una batteria ben dimensionata, può salire spesso verso il 60–80%. Valori superiori sono possibili, ma diventano più difficili da mantenere tutto l’anno, soprattutto in inverno, quando la produzione cala e i consumi possono aumentare.

Accumulo o vendita dell’energia alla rete?

Questa è una domanda interessante, perché a volte può convenire la vendita alla rete rispetto all’accumulo. Il confronto è economico. Senza accumulo, l’energia in eccesso viene immessa in rete e valorizzata secondo il meccanismo disponibile: Scambio sul Posto per gli impianti che ne hanno ancora diritto, Ritiro Dedicato o altra forma di vendita/valorizzazione secondo la normativa applicabile. Il GSE mantiene pagine dedicate sia allo Scambio sul Posto sia al Ritiro Dedicato, ma il regime applicabile va sempre verificato al momento dell’intervento, perché le regole sono cambiate e continuano a evolvere.

Il punto economico è questo: un kWh autoconsumato vale di solito più di un kWh immesso in rete. Il kWh autoconsumato evita l’acquisto di energia dalla rete, quindi evita non solo la componente energia, ma anche una parte delle componenti variabili della bolletta. Il kWh immesso, invece, viene valorizzato come energia ceduta o compensata secondo regole specifiche, spesso a un valore inferiore al costo pieno del kWh acquistato. Il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è legato al mercato elettrico: dal 1° gennaio 2025 il riferimento nazionale è il PUN Index GME, che rappresenta il prezzo di riferimento dell’energia elettrica sulla borsa italiana.

Per questo, oggi la logica “vendo l’energia e poi la ricompro quando mi serve” è meno favorevole rispetto all’autoconsumo diretto. In passato, con tariffe incentivanti più generose, Conto Energia, Scambio sul Posto e prezzi di ritiro in alcuni momenti più favorevoli, il ragionamento poteva essere diverso. Oggi, per un nuovo impianto domestico, la convenienza tende quasi sempre a premiare prima l’autoconsumo e poi l’eventuale accumulo ben dimensionato, rispetto alla vendita. Va però evitata una conclusione automatica: se la batteria costa molto e lavora poco, vendere o valorizzare l’eccedenza può restare economicamente più razionale.

Un esempio aiuta a chiarire.

Si immagini un impianto da 6 kWp che produce circa 7.500 kWh/anno e una casa che consuma 5.000 kWh/anno.

Senza accumulo, se la casa autoconsuma direttamente il 35% della produzione, usa circa 2.625 kWh/anno del proprio fotovoltaico e immette in rete circa 4.875 kWh/anno. Dovrà comunque acquistare dalla rete una parte consistente dell’energia nei momenti in cui il fotovoltaico non produce.

Con una batteria ben dimensionata, l’autoconsumo può salire, per esempio, al 65%. In quel caso la casa userebbe circa 4.875 kWh/anno della propria produzione e immetterebbe in rete circa 2.625 kWh/anno. La differenza è di circa 2.250 kWh/anno spostati dall’immissione in rete all’autoconsumo domestico. Una parte di questa energia passerà dalla batteria e subirà perdite di conversione, quindi il beneficio reale sarà leggermente inferiore.

ScenarioAutoconsumoEnergia usata in casaEnergia immessa
Senza accumulo35%2.625 kWh4.875 kWh
Con accumulo65%4.875 kWh2.625 kWh
Differenza+30%+2.250 kWh-2.250 kWh

Dal punto di vista economico, la domanda è: quanto vale spostare quei 2.250 kWh dall’immissione in rete all’autoconsumo?

Se il kWh acquistato dalla rete costa, in modo semplificato, 0,28 €/kWh e il kWh immesso viene valorizzato 0,08 €/kWh, ogni kWh autoconsumato in più genera un beneficio lordo di circa 0,20 €/kWh. Considerando perdite della batteria e cicli reali, il beneficio netto può essere leggermente più basso. Su 2.000 kWh effettivamente spostati, il vantaggio annuo può essere nell’ordine di 350–400 €.

IpotesiValore
Costo energia acquistata0,28 €/kWh
Valore energia immessa0,08 €/kWh
Differenza teorica0,20 €/kWh
Energia spostata2.000 kWh/anno
Beneficio indicativo350–400 €/anno

Questo esempio mostra perché l’accumulo può migliorare l’autoconsumo ma non sempre rientrare velocemente. Se la batteria costa molto, il tempo di ritorno può essere lungo. Se invece il costo è ridotto da incentivi, se i consumi serali sono elevati o se il prezzo dell’energia acquistata resta alto, la convenienza migliora.

L’errore da evitare: comprare più batteria del necessario

Una batteria sovradimensionata può allungare i tempi di ritorno. Se la casa non produce abbastanza surplus o non consuma abbastanza nelle ore serali, una parte della capacità resta inutilizzata. In questi casi l’investimento aggiuntivo non si traduce in un risparmio proporzionato.

Il segnale di sovradimensionamento è semplice: la batteria non si carica quasi mai completamente, oppure si carica ma non si scarica regolarmente prima del giorno successivo. In entrambi i casi significa che la capacità acquistata è superiore al bisogno reale.

La batteria non dovrebbe quindi essere scelta “a pacchetto”, ma dimensionata sui consumi. Servono almeno quattro dati:

  • produzione fotovoltaica prevista mese per mese;
  • consumo elettrico annuo;
  • distribuzione oraria dei consumi;
  • quota di energia serale/notturna realmente spostabile.

La conclusione pratica è questa: l’accumulo è utile quando recupera energia che altrimenti verrebbe immessa in rete a basso valore e la trasforma in energia autoconsumata a valore più alto. Se però la batteria lavora poco, costa molto o viene dimensionata oltre il surplus reale, il vantaggio energetico non basta a giustificare l’investimento.

Solare termico: quando ha ancora senso per acqua calda sanitaria

Collettore solare termico: non è fotovoltaico
Solar water heater installed on tile roof of house for eco heating of water. Large water tanks.

Il solare termico viene spesso confuso con il fotovoltaico, ma il funzionamento è diverso. Il fotovoltaico produce energia elettrica. Il solare termico produce calore. In pratica, i collettori solari termici assorbono la radiazione solare e la trasferiscono a un fluido termovettore, che a sua volta cede calore a un bollitore per produrre acqua calda sanitaria.

È una tecnologia molto specializzata: lavora bene quando il fabbisogno di acqua calda è costante, quando c’è una buona esposizione e quando l’impianto viene dimensionato correttamente. Non è invece una soluzione universale per “fare energia” in casa, perché il calore che produce ha un uso molto più vincolato rispetto all’elettricità prodotta dal fotovoltaico.

Un impianto solare termico domestico può essere utile soprattutto per ridurre il consumo di gas, GPL o energia elettrica destinato alla produzione di acqua calda sanitaria. Il punto è capire se, in una ristrutturazione moderna, abbia più senso dedicare una parte del tetto al solare termico oppure al fotovoltaico, eventualmente abbinato a un boiler in pompa di calore o ad altri sistemi elettrici per l’acqua calda.

Come funziona un impianto solare termico

Un impianto solare termico domestico è composto da alcuni elementi fondamentali:

  • collettori solari;
  • circuito idraulico solare;
  • fluido termovettore, spesso acqua e glicole nei sistemi indiretti;
  • pompa di circolazione nei sistemi forzati;
  • centralina differenziale;
  • scambiatore di calore;
  • bollitore di accumulo;
  • vaso di espansione;
  • valvole di sicurezza;
  • miscelatore termostatico;
  • generatore di integrazione.

Il collettore assorbe la radiazione solare e scalda il fluido che circola al suo interno. Il fluido caldo arriva allo scambiatore e cede energia all’acqua contenuta nel bollitore. Quando la temperatura dell’accumulo non è sufficiente, interviene un generatore di supporto: caldaia, resistenza elettrica, pompa di calore o altro sistema.

La centralina differenziale confronta la temperatura del collettore con quella del bollitore. Se il collettore è abbastanza più caldo dell’accumulo, attiva la pompa. Se non c’è sufficiente differenza di temperatura, la pompa resta ferma. Questo evita di far circolare fluido quando il pannello non può trasferire calore utile.

Dal punto di vista energetico, il solare termico è molto efficiente nel trasformare radiazione solare in calore a bassa temperatura. Nei collettori piani o sottovuoto, in condizioni favorevoli, l’efficienza istantanea può essere molto più alta di quella elettrica di un modulo fotovoltaico. Il problema è che quel calore deve essere usato o accumulato subito, altrimenti diventa eccedenza termica.

Collettori piani e tubi sottovuoto: differenze tecniche

Le due tecnologie principali per il residenziale sono i collettori piani vetrati e i collettori a tubi sottovuoto.

I collettori piani vetrati sono costituiti da una piastra assorbente, generalmente metallica, attraversata da tubazioni nelle quali scorre il fluido termovettore. Sopra la piastra c’è un vetro, sotto e lateralmente c’è isolamento termico. Sono robusti, relativamente semplici, integrabili in copertura e adatti alla produzione di acqua calda sanitaria. I collettori piani sono molto diffusi per temperature di lavoro ordinarie, tipicamente intorno a 40-70 °C.

I collettori a tubi sottovuoto usano tubi in vetro sottovuoto che riducono le dispersioni termiche verso l’esterno. Sono più efficienti quando la temperatura esterna è bassa o quando si lavora con temperature del fluido più elevate. Possono quindi essere interessanti in zone fredde, in impianti che richiedono temperature più alte o in situazioni con irraggiamento meno favorevole. Di contro, possono essere più costosi, più delicati da integrare architettonicamente e non sempre più convenienti se il confronto viene fatto sulla superficie lorda occupata sul tetto.

Dimensionamento: quanta superficie e quanto accumulo servono

Il dimensionamento del solare termico parte dal fabbisogno di acqua calda sanitaria.

Una stima preliminare può considerare 40-60 litri di acqua calda al giorno per persona, a temperatura di utilizzo intorno a 40-45 °C. Il fabbisogno effettivo cambia molto in base alle abitudini: docce lunghe, vasca, numero di bagni, presenza di bambini, uso della casa, ricircolo sanitario e temperatura di accumulo.

Per una famiglia di quattro persone si possono ipotizzare, in modo orientativo, 200 litri/giorno di acqua calda. Se l’acqua fredda proveniente dall’acquedotto entra mediamente a 15 °C e va portata a 45 °C, il salto termico è di 30 °C.

Il calcolo diventa:

200 × 1,16 × 30 = 6.960 Wh/giorno, cioè circa 7 kWh termici al giorno.

Su base annua:

7 × 365 = circa 2.550 kWh termici/anno.

A questo fabbisogno vanno aggiunte le perdite del bollitore e del circuito, quindi il fabbisogno reale del sistema può arrivare facilmente a 2.800-3.200 kWh termici/anno per una famiglia di quattro persone.

A questo punto bisogna capire quanta parte di questo fabbisogno si vuole coprire con il solare. Un impianto solare termico domestico non viene normalmente dimensionato per coprire il 100% dell’acqua calda tutto l’anno, perché in estate produrrebbe spesso più calore del necessario e in inverno avrebbe comunque bisogno di integrazione. Per questo si punta di solito a una copertura solare annua indicativa del 50-70% del fabbisogno di ACS.

Nel caso appena visto, se il fabbisogno reale è circa 3.000 kWh termici/anno, una copertura del 60% significa che l’impianto solare dovrebbe fornire circa 1.800 kWh termici/anno.

La superficie dei collettori deriva da questo valore. In un impianto domestico ben progettato, 1 m² di collettore solare termico può produrre indicativamente 400-700 kWh termici utili all’anno. Se si assume una resa utile di 500 kWh termici/m² anno, per produrre 1.800 kWh termici/anno servono circa:

1.800 ÷ 500 = 3,6 m² di collettori

Per questo, nella pratica, per una famiglia di quattro persone si arriva spesso a una superficie indicativa di 4-5 m² di collettori solari termici, con un bollitore da circa 250-300 litri.

Alcune configurazioni tipiche possono quindi essere:

UtentiCollettoriBollitore
2 persone2-3 m²120-180 l
3 persone3-4 m²180-250 l
4 persone4-5 m²250-300 l
5 persone5-6 m²300-400 l

Circolazione naturale e circolazione forzata

Nei sistemi a circolazione naturale, il bollitore è collocato sopra o vicino ai collettori e il fluido si muove per effetto termosifone: il liquido caldo sale, quello freddo scende. Sono sistemi semplici, con meno componenti, spesso più economici, ma hanno limiti estetici e progettuali. Il serbatoio in copertura è visibile, aumenta i carichi sul tetto e non sempre si integra bene in una ristrutturazione curata.

Nei sistemi a circolazione forzata, il bollitore si trova in un locale tecnico e il fluido viene mosso da una pompa controllata dalla centralina. Sono impianti più flessibili, più adatti a ristrutturazioni di qualità, più integrabili architettonicamente e più facili da collegare a sistemi esistenti. Richiedono però pompa, centralina, sonde di temperatura, vaso di espansione, valvole e una progettazione più accurata.

Per una ristrutturazione residenziale, il sistema a circolazione forzata è spesso più interessante, perché consente di evitare il serbatoio sul tetto e di integrare il solare termico con un bollitore interno, una caldaia esistente, un sistema ibrido o una pompa di calore per ACS.

Solare termico o fotovoltaico: il confronto tecnico corretto

Abbiamo visto che il solare termico e il fotovoltaico sono tecnologie che producono forme di energia diverse. Il solare termico produce direttamente calore. Il fotovoltaico produce elettricità.

Il confronto a parità di tetto disponibile

Il confronto più utile per chi ristruttura è quello a parità di superficie in copertura. Si immagini di avere 5 m² di tetto ben esposto.

Con il solare termico, quei 5 m² possono produrre indicativamente 2.000-3.000 kWh termici/anno, quasi tutti destinati all’acqua calda sanitaria.

Con il fotovoltaico, 5 m² di moduli moderni corrispondono indicativamente a circa 1,0-1,2 kWp. In Italia, questa potenza può produrre orientativamente 1.200-1.900 kWh elettrici/anno, a seconda della zona e dell’esposizione. Rimanendo nel campo applicativo del solare termico, cioè il riscaldamento dell’acqua calda sanitaria, se l’energia prodotta dal fotovoltaico scaldasse l’acqua con una semplice resistenza elettrica, il rendimento utile sarebbe circa 1:1, quindi 1.200-1.900 kWh termici equivalenti. In questo caso il solare termico sarebbe spesso più efficiente per la sola ACS.

Ma il confronto cambia se il fotovoltaico alimenta un boiler in pompa di calore. Con un COP stagionale indicativo di 2,5-3, ogni kWh elettrico può produrre circa 2,5-3 kWh termici. In quel caso, 1.200-1.900 kWh elettrici possono diventare 3.000-5.700 kWh termici equivalenti per acqua calda.

5 m² di tettoProduzione annuaUso principale
Solare termico2.000-3.000 kWh termiciACS
FV + resistenza1.200-1.900 kWh termici equivalentiACS
FV + boiler PDC3.000-5.700 kWh termici equivalentiACS + utenze elettriche (eccedenza)

Questa tabella dimostra come bisogna confrontare sistemi completi: solare termico con bollitore e integrazione da un lato; fotovoltaico con eventuale pompa di calore per ACS dall’altro.

Quando il solare termico ha ancora senso

Il solare termico ha ancora senso quando il fabbisogno di acqua calda è alto e regolare, quando c’è spazio tecnico per l’accumulo, quando il sistema è ben integrato con il generatore esistente e quando la superficie di copertura non è così limitata da penalizzare troppo il fotovoltaico.

Può essere meno interessante quando:

  • la casa ha tetto piccolo;
  • la ristrutturazione punta all’elettrificazione;
  • è già previsto un fotovoltaico dimensionato bene;
  • si vuole installare un boiler in pompa di calore;
  • l’abitazione è usata poco;
  • il consumo di acqua calda è basso;
  • la manutenzione deve essere ridotta al minimo.

La conclusione più equilibrata è questa: il solare termico è molto efficiente per produrre acqua calda, ma il fotovoltaico è più versatile. Se lo spazio in copertura è abbondante, le due tecnologie possono anche coesistere. Se lo spazio è limitato, oggi il fotovoltaico tende spesso ad avere priorità, soprattutto nelle case che stanno aumentando i consumi elettrici e riducendo l’uso del gas.

Geotermia per il residenziale: interessante, ma non per tutte le ristrutturazioni

Impianto geotermico domestico

La geotermia per il residenziale è una tecnologia molto diversa dal fotovoltaico. Il fotovoltaico produce energia elettrica. La geotermia domestica, invece sfrutta il terreno come sorgente termica stabile per far lavorare una pompa di calore in condizioni più favorevoli rispetto all’aria esterna e produrre acqua ai fini del riscaldamento invernale e raffrescamento estivo.

In ambito domestico si parla quasi sempre di geotermia a bassa entalpia, cioè di sistemi che non usano il calore profondo della Terra per produrre energia, ma scambiano calore con il terreno superficiale o con l’acqua di falda.

La logica è semplice: a pochi metri di profondità, la temperatura del terreno è molto più stabile di quella dell’aria esterna, è indicativamente compresa tra 4,5 °C e 21 °C. Questa stabilità è il vantaggio della geotermia domestica. Una pompa di calore aria-acqua deve lavorare con aria esterna molto fredda in inverno e molto calda in estate. Una pompa di calore geotermica, invece, scambia con una sorgente più regolare. Questo può migliorare il rendimento stagionale, ridurre gli sbrinamenti invernali e rendere più stabile il funzionamento.

Come è fatto un impianto geotermico domestico

Un impianto geotermico domestico è formato da tre parti principali:

  • il cosidetto campo geotermico esterno, cioè le sonde o il circuito che scambia calore con il terreno o con l’acqua;
  • la pompa di calore geotermica, che trasferisce energia dal terreno alla casa in inverno e dalla casa al terreno in estate;
  • l’impianto interno, cioè i terminali (pannelli radianti, ventilconvettori, radiatori), il bollitore ACS, gli accumuli e la regolazione.

La pompa di calore innalza la temperatura dell’acqua che circola nelle serpentine interrate alla temperatura di esercizio richiesta. Per capire il rendimento il parametro tecnico è il COP, cioè il coefficiente di prestazione. In sostanza un COP pari a 4 significa che, per ogni 1 kWh elettrico consumato dalla macchina, il sistema fornisce 4 kWh termici all’abitazione. Un impianto geotermico ben progettato può lavorare con COP indicativi nell’ordine di 3-5, ma il risultato reale dipende da temperatura del terreno, lunghezza delle sonde, temperatura di mandata dell’impianto interno, qualità della regolazione e consumi delle pompe di circolazione.

La geotermia, come tutti i sistemi a pompa di calore, rende al meglio quando l’impianto interno lavora a bassa temperatura. Pannelli radianti a pavimento, parete o soffitto sono molto adatti perché possono riscaldare con acqua a 30-35 °C. Anche ventilconvettori ben dimensionati possono funzionare. I vecchi radiatori, invece, possono essere un problema se richiedono acqua a temperature abbastanza elevate (oltre i 55-65 °C): infatti più alta è la temperatura di mandata, più la pompa di calore deve “spingere” e più il rendimento cala.

Sonde verticali, sonde orizzontali e sistemi ad acqua di falda

Spendiamo alcune parole sulla parte peculiare dei sistemi geotermici: cioè le sonde presenti nel terreno. Abbiamo tre casistiche principali: sonde verticali, sonde orizzontali e sistemi ad acqua di falda.

Sonde verticali

Le sonde verticali sono la soluzione più usata quando non c’è molto spazio orizzontale. Si realizzano perforazioni nel terreno, all’interno delle quali vengono inserite tubazioni, generalmente in polietilene ad alta densità, nelle quali circola una miscela di acqua e antigelo. Le profondità sono generalmente comprese tra 80-120 metri, ma la profondità reale dipende dal carico termico della casa, dalla conducibilità del terreno e dalla strategia di progetto.

Un dato utile nei primi dimensionamenti è la potenza estraibile per metro di sonda. Di solito si usano ordini di grandezza di 35-55 W per metro di sonda, ma il valore reale può cambiare molto a seconda delle condizioni al contorno.

Un esempio pratico può chiarire meglio il calcolo.

Se una casa ristrutturata richiede una potenza termica di progetto di 8 kW (dato che esce dal calcolo energetico) e si ipotizza, in modo prudenziale, una resa di 45 W/m, la lunghezza complessiva di sonda necessaria può essere stimata così:

8.000 W ÷ 45 W/m = circa 178 m di sonde

Questo può tradursi, per esempio, in:

  • 2 sonde da 90 m;
  • oppure 3 sonde da 60 m;
  • oppure una configurazione diversa, se il terreno o il cantiere lo richiedono.

Sonde orizzontali

Le sonde orizzontali sono tubazioni interrate a bassa profondità, generalmente posate in trincee o in campi a serpentina. A differenza delle sonde verticali, non richiedono perforazioni profonde, ma occupano una superficie di terreno molto più ampia. La profondità di posa è spesso nell’ordine di 1,2-1,8 metri, anche se il dato esatto dipende dal progetto, dal clima e dalle caratteristiche del terreno.

Il vantaggio principale è che si evita la perforazione. Lo svantaggio è che serve un’area libera importante: terreno accessibile, non pavimentato o comunque ripristinabile, privo di sottoservizi interferenti e adatto a scavi estesi. Per questo le sonde orizzontali possono essere valutate in una villetta con ampio giardino, ma diventano difficili in lotti piccoli, cortili pavimentati o giardini già sistemati.

Per capire l’ordine di grandezza, si può usare l’esempio di prima, una casa che richiede circa 8 kW termici. Il calcolo semplificato è:

potenza dal terreno = potenza termica resa × (1 – 1/COP)

quindi:

8 kW × (1 – 1/3,5) = 5,7 kW (circa 6kW)

In questo esempio, il campo geotermico orizzontale dovrebbe quindi riuscire a scambiare circa 6 kW con il terreno.

Nei pre-dimensionamenti, la resa delle tubazioni orizzontali può essere valutata con valori molto indicativi, perché il risultato dipende da umidità, tipo di terreno, profondità, distanza tra le tubazioni e rigenerazione stagionale del suolo. Come ordine di grandezza si può ragionare così:

Condizione del terrenoResa per metro di tuboTubazione per 6 kW
Terreno sfavorevole/asciutto8-10 W/m600-750 m
Terreno medio12-16 W/m375-500 m
Terreno favorevole/umido18-20 W/m300-330 m

Questi metri corrispondono allo sviluppo complessivo delle tubazioni interrate. Le serpentine vengono distribuite nel terreno con distanze adeguate per evitare che i vari circuiti si disturbino tra loro dal punto di vista termico.

In termini di superficie occupata un campo orizzontale può richiedere:

Condizione del terrenoResa per m²Superficie per 6 kW
Terreno sfavorevole12-15 W/m²400-500 m²
Terreno medio18-22 W/m²270-330 m²
Terreno favorevolecirca 25 W/m²circa 240 m²

In una situazione realistica, per una casa da circa 8 kW termici, le sonde orizzontali possono quindi richiedere indicativamente 350-500 metri di tubazioni e una superficie libera spesso compresa tra 250 e 450 m². In terreni asciutti, poco conduttivi o con scarsa rigenerazione termica, la superficie può aumentare ulteriormente.

Questo spiega perché le sonde orizzontali non sono una soluzione da dare per scontata solo perché la casa dispone di un giardino. Serve un’area esterna ampia, realmente scavabile e compatibile con il progetto. In presenza di pavimentazioni, alberature importanti, sottoservizi, muri di contenimento o spazi esterni già definiti, l’intervento può diventare invasivo e poco pratico.

Il dimensionamento reale deve comunque essere affidato a un tecnico, perché non dipende solo dalla potenza di picco della pompa di calore. Conta anche il fabbisogno annuo dell’edificio, il numero di ore di funzionamento, il tipo di terreno, l’umidità, la profondità di posa, l’interasse tra le tubazioni e l’eventuale uso estivo dell’impianto per raffrescamento.

Sistemi ad acqua di falda

Concludiamo spendendo alcune parole sui sistemi geotermici ad acqua di falda. Saremo più sintetici perché sono meno diffusi, almeno in ambito residenziale, a causa di alcune complessità.

I sistemi geotermici ad acqua di falda sono sistemi a circuito aperto: a differenza delle sonde verticali o orizzontali, non fanno circolare un fluido in un circuito chiuso interrato, ma utilizzano direttamente l’acqua sotterranea come sorgente termica.

Il principio è questo: l’acqua viene prelevata da un pozzo, passa attraverso uno scambiatore o attraverso la pompa di calore, cede o assorbe calore e viene poi reimmessa nel sottosuolo, di solito tramite un secondo pozzo di restituzione. Per questo si parla spesso di sistema “presa e resa”: un pozzo preleva, l’altro restituisce.

Dal punto di vista energetico l’acqua di falda è una sorgente termica molto favorevole perché combina temperatura stabile, alta capacità termica e movimento della massa d’acqua. Questo permette di scambiare diversi kW termici con portate relativamente contenute e salti termici di pochi gradi. Per esempio, una portata di 2 m³/h con un salto termico di 3 °C consente teoricamente di scambiare circa 7 kW termici. Il dato reale dipende poi da pompa di calore, scambiatore, qualità dell’acqua e limiti autorizzativi.

Questo permette alla pompa di calore di lavorare in condizioni favorevoli sia in inverno sia in estate.

Il limite è che, per funzionare correttamente, non basta “avere acqua nel sottosuolo”. Servono almeno tre condizioni: falda raggiungibile, portata sufficiente e qualità dell’acqua compatibile con l’impianto.

Per dare un ordine di grandezza, in un sistema a falda la portata necessaria può essere indicativamente nell’ordine di 0,25-0,35 m³/h per ogni kW termico scambiato, a seconda del salto termico ammesso sull’acqua. Se, ad esempio, una casa richiede circa 8 kW termici e il contributo da scambiare con la falda è dell’ordine di alcuni kW, possono essere necessari diversi metri cubi d’acqua all’ora.

La qualità dell’acqua è un punto decisivo. Un’acqua molto dura, ricca di ferro o con particelle in sospensione può creare problemi agli scambiatori, alle pompe e alle tubazioni. Per questo, in molti casi, si preferisce interporre uno scambiatore di calore tra l’acqua di falda e il circuito della pompa di calore, in modo da proteggere la macchina. Questa soluzione aumenta la sicurezza impiantistica, ma introduce una perdita di rendimento e un componente in più da manutenere.

Va considerato anche il consumo della pompa di emungimento. Se la falda è profonda, portare l’acqua in superficie richiede energia elettrica. In alcuni casi questo consumo può ridurre parte del vantaggio energetico del sistema. Per questo la profondità della falda non è solo un dato idrogeologico, ma anche economico.

Per una normale ristrutturazione residenziale, il sistema ad acqua di falda non è quasi mai la prima ipotesi. Può diventare interessante in contesti specifici, ad esempio in abitazioni indipendenti con falda accessibile, portata stabile, buone caratteristiche dell’acqua e possibilità autorizzativa chiara. È invece poco adatto quando la falda è profonda, la qualità dell’acqua è problematica, il lotto è piccolo o non è possibile realizzare correttamente il pozzo di restituzione.

In sintesi il sistema a falda può essere molto efficiente, ma è anche il più delicato da verificare e applicare. Non si valuta solo come impianto termico: richiede una vera verifica idrogeologica, autorizzativa e manutentiva. Per questo, nel residenziale, resta una soluzione da considerare caso per caso, più specialistica rispetto alle sonde verticali o orizzontali.

Perché la geotermia funziona meglio con edifici a basso fabbisogno

La geotermia non va valutata separatamente dalla casa. Funziona meglio quando l’edificio ha un fabbisogno energetico contenuto e un impianto interno a bassa temperatura.

Una casa ben isolata può richiedere, per esempio, una potenza di progetto molto più bassa rispetto a una casa non isolata. Se un’abitazione dispersiva richiede 14-16 kW termici, il campo sonde, la pompa di calore e l’investimento diventano più importanti. Se dopo la ristrutturazione la richiesta scende a 6-8 kW, la geotermia diventa molto più gestibile.

Il punto può essere spiegato con un confronto semplificato:

ScenarioPotenza termica richiestaIpotesi resa sondaLunghezza sonde
Casa poco isolata14 kW45 W/mcirca 310 m
Casa ristrutturata bene8 kW45 W/mcirca 180 m
Casa molto efficiente5 kW45 W/mcirca 110 m

Questo esempio mostra perché la geotermia è più coerente con ristrutturazioni profonde. Ridurre il fabbisogno dell’edificio può significare ridurre anche numero di sonde, profondità complessiva, costo di perforazione, potenza della macchina e consumi elettrici.

Geotermia e fotovoltaico: tecnologie diverse, ma complementari

Il confronto con il fotovoltaico va fatto in ottica collaborativa e non in contrasto. Infatti il fotovoltaico produce elettricità, mentre la geotermia consuma elettricità per far funzionare una pompa di calore, ma moltiplica quell’energia trasferendo calore dal terreno alla casa.

Quindi non sono alternative ma rispondono a bisogni diversi:

  • il fotovoltaico riduce l’energia elettrica acquistata dalla rete;
  • la geotermia riduce il consumo di gas o di altri combustibili per riscaldamento, raffrescamento e acqua calda;

Insieme possono rendere la casa più elettrica e meno dipendente dai combustibili.

Un esempio può aiutare a capire meglio. Si immagini una casa ristrutturata che richiede 10.000 kWh termici/anno per riscaldamento e acqua calda. Con una caldaia a condensazione con rendimento stagionale intorno al 95%, servirebbero circa: 10.000 ÷ 0,95 = 10.526 kWh di gas

Con una pompa di calore geotermica che lavora con COP stagionale medio pari a 3,5, il consumo elettrico sarebbe: 10.000 ÷ 3,5 = 2.830 kWh elettrici/anno

Questo significa che la geotermia usa 2.800 kWh elettrici per trasferire 10.000 kWh termici alla casa.

Se la stessa abitazione ha un impianto fotovoltaico, una parte di quei 2.500 kWh elettrici può essere prodotta dal tetto. Chiaramente il bisogno di riscaldamento è massimo in inverno, quando il fotovoltaico produce meno, per questo il fotovoltaico può compensare una parte del consumo annuo della pompa di calore, ma non elimina automaticamente i prelievi dalla rete nei mesi freddi. In compenso in estate, quando il geotermico consente di raffrescare, il funzionamento è ottimizzato, infatti si parla di free cooling.

Raffrescamento estivo e free cooling

La geotermia può lavorare anche in estate, invertendo il ciclo: il calore viene sottratto agli ambienti interni e ceduto al terreno. In questo caso il sottosuolo funziona come dissipatore termico, perché a una certa profondità mantiene temperature molto più stabili rispetto all’aria esterna. In molte condizioni residenziali, il terreno può trovarsi indicativamente intorno a 12-16 °C, mentre l’aria esterna estiva può superare facilmente i 32-35 °C. Questa differenza rende lo scambio con il terreno più favorevole rispetto a una normale macchina aria-acqua nelle giornate molto calde.

Il raffrescamento può avvenire in due modi. Il primo è il funzionamento attivo della pompa di calore: il compressore lavora e trasferisce calore dalla casa al terreno, con prestazioni che possono essere migliori rispetto a una pompa di calore aerotermica perché la sorgente di scambio è più stabile. Il secondo è il free cooling, o raffrescamento passivo: il compressore resta spento o lavora pochissimo, mentre circolano solo le pompe che muovono il fluido tra sonde geotermiche, scambiatore e impianto interno.

Nel free cooling non si produce “freddo” come in un climatizzatore tradizionale. Si usa la temperatura più bassa del terreno per inviare all’impianto acqua relativamente fresca, spesso nell’ordine di 16-20 °C, a seconda del sistema e del rischio di condensa. Per questo funziona bene con terminali a grande superficie, come pavimenti radianti, soffitti radianti, pareti radianti o ventilconvettori ben dimensionati. Con radiatori tradizionali, invece, il contributo al raffrescamento è molto limitato.

Dal punto di vista energetico, il vantaggio può essere importante. Nel raffrescamento attivo, il rendimento della pompa di calore si valuta con EER o SEER, che hanno valori similari al COP; nel free cooling, invece, il consumo principale è solo quello delle pompe di circolazione, pochi watt. Per questo il rapporto tra energia frigorifera fornita e energia elettrica assorbita può essere molto alto, anche nell’ordine di 10-20 in condizioni favorevoli. In pratica, per fornire alcuni kW di raffrescamento, l’impianto può assorbire poche centinaia di watt per la sola circolazione, invece di far lavorare il compressore della pompa di calore con consumi molto più elevati.

In ogni caso la potenza frigorifera ottenibile in free cooling è inferiore a quella di un sistema attivo tradizionale. Può essere molto utile per raffrescare in modo dolce e continuo una casa ben isolata, ma non sempre basta a coprire carichi estivi elevati, grandi superfici vetrate non schermate o abitazioni con forte irraggiamento. In questi casi può servire il funzionamento attivo della pompa di calore o un’integrazione con ventilconvettori.

Un altro vantaggio è il bilancio termico del terreno. In inverno l’impianto estrae calore dal sottosuolo; in estate, cedendo calore al terreno, contribuisce a rigenerare parzialmente il campo geotermico. Questo equilibrio stagionale può migliorare il comportamento dell’impianto nel lungo periodo, soprattutto negli edifici che usano la geotermia sia per riscaldamento sia per raffrescamento.

In sintesi: quando la geotermia è una buona idea

La geotermia domestica può essere una buona idea quando la casa è indipendente, la ristrutturazione è profonda, il fabbisogno è stato ridotto, l’impianto interno lavora a bassa temperatura e c’è spazio o possibilità tecnica per realizzare le sonde.

È meno adatta quando si cerca un intervento rapido, economico e poco invasivo. In quei casi, il fotovoltaico o una pompa di calore aria-acqua possono essere più semplici da inserire.

La geotermia non è la fonte alternativa più facile da installare, ma può essere una delle più efficienti quando l’edificio, il terreno e il progetto impiantistico sono coerenti tra loro. In una ristrutturazione residenziale non va scelta per moda, ma dopo una verifica tecnica seria su fabbisogno, terreno, impianto interno, costi e tempi di ritorno.

Micro-eolico e mini-eolico domestico: una possibilità di nicchia

Fotovoltaico e fonti energetiche alternative in casa: quali convengono davvero in una ristrutturazione

Il micro-eolico è una soluzione affascinante anche se controintuitiva: siamo abituati a vedere campi eolici con pale immense e l’idea che una piccola turbina sul tetto possa bastare per produrre energia può lasciare perplessi. Ma il mini e micro eolico sono tecnologie che esistono da decenni anche se nella pratica si tratta della tecnologia più delicata tra quelle di cui si è parlato finora.

Il problema non è se una turbina può girare. Il problema è quanta energia produce davvero in un anno, con quale continuità, a quale costo e con quale impatto. Una semplice pala che gira non sta necessariamente producendo una quantità di energia utile per la casa.

Come funziona una piccola turbina eolica domestica

Una turbina eolica trasforma l’energia cinetica del vento in energia meccanica e poi in energia elettrica. Le turbine possono essere di due tipi: ad asse orizzontale o verticale.

Le turbine ad asse orizzontale sono quelle più simili alle pale eoliche tradizionali: in genere hanno rendimenti migliori, ma richiedono vento più regolare, installazione ben esposta e corretta orientazione al vento. Le turbine ad asse verticale invece possono tollerare meglio venti variabili e cambi di direzione, ma spesso hanno rendimenti inferiori e produzioni meno interessanti a parità di costo.

Nel linguaggio comune si parla di micro-eolico e mini-eolico, anche se le definizioni non sono sempre uniformi. Per un’abitazione, le taglie realistiche sono di solito molto contenute:

  • per il micro-eolico piccoli generatori da poche centinaia di watt fino a 1-5 kW;
  • per il mini-eolico piccole turbine comprese tra 500 W e 10 kW.

Però il dato fondamentale non è solo la potenza nominale, ma il vento medio. Infatti la potenza nominale di una turbina può ingannare. Una macchina da 3 kW non produce 3 kW per tutto l’anno. Produce 3 kW solo quando il vento raggiunge la velocità nominale prevista dal costruttore, spesso intorno a 12-14 m/s. La velocità minima di avvio, detta cut-in, è molto più bassa, spesso 3-5 m/s, ma a quella velocità la produzione è ridotta. A velocità molto elevate, intorno a 20-25 m/s, la macchina viene invece frenata o arrestata per sicurezza.

Il motivo è fisico: la potenza estraibile dal vento cresce con il cubo della velocità. Se il vento raddoppia, l’energia disponibile non raddoppia: aumenta di circa otto volte. Questo spiega perché una differenza apparentemente piccola nel vento medio cambia tutto: un sito con vento medio di 4 m/s può essere poco interessante; uno con vento medio di 6 m/s può iniziare a diventare valutabile; sopra 7 m/s, se il vento è regolare e non turbolento, il mini-eolico può diventare molto più credibile.

Quanta energia può produrre l’eolico domestico

La produzione annua si può stimare con le ore equivalenti, cioè il numero di ore in cui la turbina dovrebbe funzionare alla potenza nominale per produrre l’energia annua reale.

Per piccoli impianti domestici, in siti poco favorevoli, le ore equivalenti possono essere molto basse. In siti buoni possono diventare più interessanti, ma restano fortemente dipendenti dalla ventosità.

TurbinaSito scarsoSito medioSito buono
1 kW500 kWh/anno1.000 kWh/anno1.800 kWh/anno
3 kW1.500 kWh/anno3.000 kWh/anno5.400 kWh/anno
5 kW2.500 kWh/anno5.000 kWh/anno9.000 kWh/anno

Perché in città spesso non funziona come si immagina

In città il vento è disturbato dagli edifici. Si creano turbolenze, accelerazioni locali, vortici e zone d’ombra aerodinamica. Una turbina può girare, vibrare e fare rumore, ma produrre poca energia utile. Questo è uno dei motivi per cui il mini-eolico urbano è spesso deludente.

In molti casi, a parità di investimento e semplicità autorizzativa, il fotovoltaico resta più prevedibile. Un tetto soleggiato può essere valutato con stime abbastanza affidabili; un sito eolico richiede invece dati anemometrici più specifici.

Permessi, rumore e impatto visivo

Il mini-eolico pone problemi pratici maggiori rispetto a fotovoltaico e solare termico perché non è un elemento statico: è una macchina in movimento. Prima dell’installazione vanno verificati almeno quattro aspetti: titolo autorizzativo, sicurezza strutturale, impatto acustico e interferenza visiva.

Dal punto di vista tecnico, va valutato livello di potenza sonora LwA, espresso in dB(A), che dovrebbe essere riportato nella documentazione del produttore. Per le turbine eoliche esistono standard tecnici specifici: la norma IEC 61400-2 riguarda le piccole turbine, mentre la IEC 61400-11 riguarda le tecniche di misura del rumore acustico. La IEC considera “small wind turbines” quelle con area spazzata dal rotore inferiore a 200 m² e specifici limiti di tensione elettrica.

Il rumore va confrontato con la classificazione acustica comunale. In Italia, il DPCM 14 novembre 1997 distingue le aree in classi acustiche e prevede valori limite diversi tra periodo diurno e notturno. In una zona prevalentemente residenziale, cioè classe II, i valori limite di emissione sono 50 dB(A) di giorno e 40 dB(A) di notte.

Un fattore importante nel valutare l’impatto acustico è la distanza. Infatti se una piccola turbina ha una potenza sonora di 90 dB(A), a 50 metri può essere già intorno a 45 dB(A) in campo libero.

In una zona residenziale questo valore può essere critico soprattutto di notte.

Ma l’impatto acustico non dipende solo dai decibel medi. Una turbina può generare rumore aerodinamico dalle pale, rumore meccanico da generatore e cuscinetti, vibrazioni trasmesse alla struttura e possibili componenti tonali o impulsive. Per questo solitamente è preferibile evitare il montaggio diretto sulla copertura dell’abitazione ma preferire una torre o un palo indipendente, con fondazione dedicata.

Anche la posizione è importante: una piccola turbina dovrebbe lavorare fuori dalla zona turbolenta prodotta da edifici, alberi, muri e rilievi. In ambito residenziale questo è spesso il vero problema: se il rotore è troppo basso o troppo vicino agli ostacoli, produce meno energia e subisce più sollecitazioni. Il risultato è poca produzione, più rumore, più vibrazioni e maggiore usura.

Proprio su questo aspetto c’è un altro punto critico. Infatti la manutenzione è un altro elemento tecnico da non sottovalutare. A differenza del fotovoltaico, il mini-eolico ha parti meccaniche in movimento: rotore, mozzo, cuscinetti, freno: sono tutti elementi che richiedono una manutenzione costante per funzionare senza problemi.

Dal punto di vista autorizzativo, infine, serve una verifica tecnico-edilizia. Il regime autorizzativo, oltre a dipendere dalle normative nazionali e locali, dipende da potenza, altezza, localizzazione, vincoli paesaggistici, distanze, rumore e modalità di installazione.

In sostanza l’eolico domestico è una soluzione specialistica, da considerare solo se il sito ha vento misurabile e regolare, sufficiente distanza dai ricettori, assenza di vincoli incompatibili e spazio per un’installazione tecnicamente corretta.

Quale tecnologia scegliere: confronto tra fotovoltaico, solare termico, geotermia e micro-eolico

Arrivati a questo punto, dopo aver visto le caratteristiche i pro e i contro dei principali sistemi di produzione di energia con fonti energetiche rinnovabili, è utile fare un confronto finale. Quello che è emerso è il fatto che ogni tecnologia ha un campo di applicazione diverso.

TecnologiaCosa produceDove funziona meglioLimite principale
FotovoltaicoElettricitàTetti esposti a est-sud-ovest, case con consumi elettrici importantiOrientamento, ombreggiamento, scarso autoconsumo
Solare termicoCalore per ACS (secondariamente per riscaldamento)Tetti esposti a est-sud-ovest, case con forte consumo di acqua calda sanitariaUso meno flessibile
GeotermiaCaldo/freddo tramite pompa di calore per climatizzazioneServe giardino, quindi case e villette. Adatto in caso di ristrutturazioni profondeCosti elevati e opere nel terreno
Micro-eolicoElettricitàSiti isolati e molto ventosiRisorsa vento incerta
  • Se serve energia elettrica: fotovoltaico è la prima opzione. Quando l’obiettivo è produrre energia elettrica, il fotovoltaico è quasi sempre la prima soluzione da valutare. È più maturo, più diffuso, più prevedibile e più facilmente integrabile rispetto al micro-eolico.
    La sua convenienza aumenta se la casa consuma elettricità durante il giorno o se la ristrutturazione prevede una progressiva elettrificazione. Per migliorare l’efficienza solitamente si abbina con batterie di accumulo.
  • Se serve acqua calda sanitaria: solare termico da valutare caso per caso. Il solare termico può essere sensato se l’acqua calda sanitaria pesa molto sui consumi. Tuttavia, va confrontato con soluzioni alternative: fotovoltaico abbinato a scaldacqua a pompa di calore, pompa di calore integrata, accumuli termici o sistemi ibridi esistenti.
    La scelta dipende da spazio, budget, consumo di acqua calda e strategia generale della ristrutturazione.
  • Se si ristruttura in modo profondo: possibile valutazione geotermica. La geotermia è una tecnologia interessante soprattutto quando la ristrutturazione è ampia: isolamento, nuovi terminali, rifacimento degli impianti e disponibilità di terreno o possibilità di perforazione.

In questi casi può diventare una scelta di qualità, soprattutto per chi ragiona sul lungo periodo. In una ristrutturazione leggera, invece, rischia spesso di essere eccessiva.

Naturalmente c’è il limite della necessità di un giardino.

  • Se il sito è davvero ventoso: micro-eolico solo dopo verifica. Il micro-eolico non va escluso a priori, ma va verificato con grande cautela. Se il vento medio non è sufficiente e regolare, la produzione sarà deludente.
    La sua valutazione richiede un approccio più simile a quello di un piccolo impianto tecnico specialistico che a un normale intervento domestico.

Detrazioni fiscali e verifiche finali: perché la tecnologia va scelta insieme al quadro agevolativo

In una ristrutturazione, la scelta tra fotovoltaico, solare termico, geotermia e micro-eolico non dipende solo dalla fattibilità tecnica. Installare un sistema che sfrutta fonti energetiche alternative per produrre energia porta sicuramente a risparmi in bolletta sul lungo termine, ma ha anche dei costi importanti. Quindi il tema delle detrazioni incide molto sulla convenienza finale. Ogni tecnologia segue regole diverse e richiede documenti, pagamenti e adempimenti coerenti con il bonus utilizzato.

Il punto centrale è che non esiste un’unica “detrazione per le energie alternative”. A seconda del caso, l’intervento può rientrare nel bonus ristrutturazione, nell’ecobonus, nel Conto Termico o in strumenti specifici.

Fotovoltaico: di solito dentro il bonus ristrutturazione

Per un’abitazione esistente, il fotovoltaico domestico è normalmente collegato al bonus ristrutturazione, perché l’articolo 16-bis del TUIR ammette anche interventi finalizzati al risparmio energetico e all’utilizzo di fonti rinnovabili. La logica non è quella dell’ecobonus classico, perché il fotovoltaico non riduce direttamente la dispersione termica dell’edificio: produce energia elettrica da fonte rinnovabile. E infatti non è compreso in quest’ultimo bonus.

Per il 2026 la detrazione ordinaria per il recupero del patrimonio edilizio ha le seguenti percentuali:

CasoAliquota indicativa 2026Recupero
Abitazione principale50%10 quote annuali
Altri immobili36%10 quote annuali

Il limite di spesa su cui calcolare la detrazione è 96.000 € per unità immobiliare. E la detrazione viene recuperata in dichiarazione dei redditi, in 10 rate annuali di pari importo, nei limiti della capienza IRPEF del contribuente.

Dal punto di vista economico, quindi, il “rientro” dell’investimento non dipende solo dal risparmio in bolletta. Dipende dalla somma di tre elementi:

  • energia autoconsumata, cioè kWh non acquistati dalla rete;
  • valorizzazione dell’energia eventualmente immessa;
  • quota fiscale recuperata ogni anno.

A titolo puramente esemplificativo, se un impianto fotovoltaico installato su abitazione principale costa 15.000 € e beneficia di una detrazione del 50%, il recupero fiscale teorico è pari a 7.500 €, ripartito in 10 quote annuali da 750 €, sempre nei limiti della capienza fiscale del contribuente. Se a questa quota si aggiunge un beneficio energetico netto di circa 900 € l’anno, derivante da autoconsumo e valorizzazione dell’energia immessa in rete, il beneficio complessivo nei primi dieci anni diventa circa 1.650 € l’anno. In questo scenario, il tempo di rientro semplice sarebbe intorno a 9 anni. Se il beneficio energetico fosse più alto, per esempio 1.200 € l’anno, il rientro scenderebbe a circa 7-8 anni; se invece fosse più basso, per esempio 600 € l’anno, salirebbe oltre 11 anni. Questo mostra perché non esiste un payback unico valido per tutti: la detrazione pesa molto, ma il risultato dipende comunque da produzione, autoconsumo, valore dell’energia e capienza fiscale.

Solare termico: tra ecobonus e altri strumenti

Il solare termico ha un inquadramento fiscale diverso dal fotovoltaico. Non produce energia elettrica, ma calore per acqua calda sanitaria e, in alcuni casi, per integrazione al riscaldamento. Per questo rientra tra gli interventi di riqualificazione energetica agevolabili con ecobonus, nella misura specifica dei collettori solari termici prevista dal comma 346 dell’art. 1 della legge 296/2006.

Come per il bonus ristrutturazione, anche per l’ecobonus la detrazione è pari al 50% per le prime abitazioni e al 36% per le seconde case e le altre tipologie di edifici. Invece il  limite massimo di detrazione ammissibile è pari a 60.000 euro per unità immobiliare.

Oltre alle certificazioni e alle garanzie, per accedere all’agevolazione i collettori devono rispettare valori minimi di producibilità specifica annua, calcolati a partire dalla certificazione Solar Keymark e riferiti a condizioni standard: più di 300 kWht/m² anno per i collettori piani e più di 400 kWht/m² anno per i collettori sottovuoto o a tubi evacuati, con riferimento a una temperatura media di funzionamento di 50 °C.

Geotermia: ecobonus per pompe di calore geotermiche

La geotermia domestica può rientrare nelle detrazioni fiscali, però è necessario chiarire che non viene agevolata come “sonda nel terreno” presa da sola, ma come una parte di un sistema di climatizzazione ad alta efficienza.

Il riferimento normativo corretto è l’ecobonus, in particolare la misura relativa alla sostituzione, integrale o parziale, dell’impianto di climatizzazione invernale con pompe di calore ad alta efficienza, anche con sistemi geotermici a bassa entalpia. Il riferimento normativo è il comma 347 dell’art. 1 della legge 296/2006.

Come per tutto ciò che riguarda l’ecobonus, l’edificio deve essere esistente e dotato di impianto di climatizzazione invernale esistente (da sostituire).

La percentuale di detrazione è quella che abbiamo già visto nel paragrafo precedente, mentre il limite massimo di detrazione ammissibile è pari a 30.000 euro per unità immobiliare.

Nel caso di un impianto geotermico, tra le spese ammissibili possono rientrare non solo la pompa di calore, ma anche le opere meccaniche, elettriche, idrauliche e murarie necessarie alla sostituzione a regola d’arte dell’impianto, gli interventi sulla distribuzione, gli accumuli, i sistemi di regolazione e le prestazioni professionali. ENEA include espressamente queste categorie tra le spese ammissibili per le pompe di calore.

Micro-eolico: non ecobonus, possibile bonus casa solo se correttamente inquadrato

Il micro-eolico domestico non rientra nell’ecobonus. Invece può essere valutato nell’ambito del bonus ristrutturazione solo come impianto basato sull’utilizzo di una fonte rinnovabile e finalizzato al risparmio energetico.

Come per il fotovoltaico l’aliquota da considerare per il 2026, in linea con il quadro delle detrazioni edilizie, è 50% per l’abitazione principale e 36% per gli altri immobili, con recupero in 10 quote annuali e con il limite di spesa complessivo pari a 96.000€.

Fonti energetiche alternative: la tecnologia migliore è quella coerente con la casa

In una ristrutturazione, le fonti energetiche alternative non dovrebbero essere scelte per moda, né per semplice imitazione di ciò che viene installato in altre abitazioni. Ogni casa ha consumi, esposizione, spazi, vincoli e priorità diverse. Per questo la scelta corretta non parte dalla tecnologia, ma dall’edificio.

Il fotovoltaico è spesso la soluzione più concreta e flessibile, perché produce energia elettrica utilizzabile per molti usi domestici: elettrodomestici, climatizzazione, illuminazione, eventuali pompe di calore, cucina a induzione e ricarica elettrica. Ma non è automatico: va dimensionato sulla superficie disponibile, sull’esposizione, sugli ombreggiamenti e sui consumi reali della famiglia.

Il solare termico può essere utile quando il fabbisogno di acqua calda sanitaria è importante e costante, ma resta una tecnologia più specializzata. La geotermia può diventare interessante nelle ristrutturazioni profonde, soprattutto in case indipendenti con spazio esterno e impianti a bassa temperatura. Il micro-eolico, invece, rimane una possibilità di nicchia: può avere senso solo in siti realmente ventosi, con distanze, autorizzazioni e condizioni tecniche adeguate.

La casa green non nasce dall’aggiunta casuale di impianti. Nasce da una sequenza corretta di decisioni: prima si riducono i fabbisogni, poi si analizzano i consumi, si verificano spazi e vincoli, si confrontano le tecnologie e infine si dimensiona l’impianto più adatto. Solo così le fonti energetiche alternative diventano una scelta utile, non un accessorio costoso.

La tecnologia migliore, quindi, non è necessariamente la più innovativa o la più pubblicizzata. È quella che lavora bene dentro quella specifica casa, con quel tetto, quel terreno, quei consumi e quel progetto di ristrutturazione.

© Riproduzione riservata.

Partner

I più letti