Impianto elettrico: come intervenire durante la ristrutturazione

di Alessandro Mezzina

Le differenze tra adeguamento e sostituzione, e le caratteristiche di un impianto a norma di legge

Una statistica di qualche anno fa indicava che in Italia circa 12 milioni di impianti elettrici non sono a norma e ogni anno causano oltre 45.000 incidenti domestici. Le cause sono molteplici: il normale invecchiamento dei materiali, lavori non realizzati a regola d’arte, richieste di energia elettrica sempre maggiori ed eccessive rispetto alle potenze per cui sono progettati gli impianti.

La maggior parte degli impianti elettrici presenti nelle case sono stati installati prima degli anni novanta, quando ancora non esisteva una normativa organica che regolasse il settore. All’epoca i riferimenti di legge erano il DPR 547/55, Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e la legge 186/1968, Disposizioni concernenti la produzione di materiali, apparecchiature, macchinari, installazioni e impianti elettrici ed elettronici. Nella prima c’era una sezione dedicata agli impianti elettrici, ma riferita ai luoghi di lavoro, e la seconda si limitava a dire che gli impianti, per essere a norma, dovevano rispettare le disposizioni tecniche del CEI, comitato elettrotecnico italiano. Nessun riferimento a livelli minimi di sicurezza, a eventuali abilitazioni per gli installatori né tantomeno a certificazione di impianti e materiali. Per avere una prima norma organica che affronti tutti questi temi dovremo aspettare il 1990, con la legge 46.

E su questi vecchi impianti, realizzati seguendo leggi e normative di oltre cinquant’anni fa, oggi colleghiamo un numero sempre maggiore di apparecchiature elettriche: per trovare posto a tutto è comune vedere sparse per casa multiprese e prolunghe. Si tratta di soluzioni non solo brutte esteticamente, ma anche pericolose, perché tanti apparecchi collegati ad una singola presa significa un maggior assorbimento per tutta la linea, che probabilmente è dimensionata per rispondere ai consumi di trenta o quarant’anni fa, non certo a quelli attuali.

Qui emerge un altro problema che si può facilmente riscontrare negli impianti elettrici datati: lo scarso sezionamento delle linee elettriche. Quando si è fortunati sono presenti una linea prese e una linea luci, ma non è certo una situazione ottimale. Significa che tutte le richieste di potenza sono concentrate in un unico punto e la possibilità di sovraccarichi o cortocircuiti è molto maggiore.
Infine, nella maggior parte degli impianti realizzati prima degli anni novanta non è presente un sistema di sicurezza fondamentale: la linea di messa a terra, che è diventata obbligatoria proprio dal 1990. Questa linea, collegando l’impianto direttamente col terreno, consente di scaricare lì eventuali correnti di guasto, evitando che un contatto accidentale folgori l’utente.
Tutti questi fattori rendono la totalità degli impianti realizzati prima del 1990 inadeguati e pericolosi. E spesso anche impianti realizzati successivamente non si possono di certo dire a regola d’arte. Ciò rende quasi sempre naturale, durante una ristrutturazione, prevedere interventi radicali sull’impianto elettrico.

Questi interventi sostanzialmente possono essere di due tipi: messa a norma dell’impianto esistente (adeguamento) o la sua completa sostituzione. Ma quando fare uno o l’altro? E che caratteristiche deve avere un impianto realizzato oggi a regola d’arte?

Nei prossimi paragrafi proveremo a rispondere a queste domande, spaziando da riflessioni di tipo pratico a questioni di tipo normativo. Non ci addentreremo in aspetti eccessivamente tecnici, perché l’impianto elettrico è qualcosa di troppo delicato per essere risolto con il fai-da-te (oltre ad essere vietato), ma deve sempre essere affidato a professionisti abilitati. Come prima cosa definiamo l’ambito normativo entro cui si muovono gli impianti elettrici.

La normativa di settore

Quando parliamo di normativa relativa agli impianti elettrici dobbiamo distinguere due ambiti: le leggi che disciplinano gli aspetti burocratici e la normativa tecnica. Le prime definiscono le figure abilitate alla progettazione e installazione degli impianti, oltre agli adempimenti necessari quando vi si interviene. Le seconde invece forniscono le caratteristiche tecniche che devono avere gli impianti.

Norme documentali e procedurali

Nell’introduzione abbiamo tracciato un limite netto: gli impianti realizzati prima del 1990 e quelli realizzati dopo. Il motivo è che la prima legge organica che ha disciplinato il settore impiantistico in Italia è la 46 del 1990, Norme per la sicurezza degli impianti, a cui si è aggiunto successivamente il d.m. 37 del 2008.
La legge 46 è stata rivoluzionaria perché, oltre ad introdurre l’obbligo dell’impianto di messa a terra, ha introdotto l’obbligo di dotare tutti i nuovi impianti della dichiarazione di conformità, un documento in cui l’installatore si prende la responsabilità di certificare la correttezza dell’impianto. Il successivo d.m. 37/2008, Regolamento concernente l’attuazione dell’articolo 11-quaterdecies, comma 13, lettera a) della legge n. 248 del 2005, recante riordino delle disposizioni in materia di attività di installazione degli impianti all’interno degli edifici, ha praticamente sostituito quasi integralmente la legge 46, che rimane valida solo per pochi articoli. 
Queste due normative riguardano genericamente tutti gli impianti che possono essere presenti all’interno di un edificio e definiscono quando è necessario o meno un progetto degli impianti, chi sono le figure abilitate a progettare gli impianti, quali sono le imprese abilitate a installarli, i contenuti delle dichiarazioni di conformità, gli obblighi del committente, le modalità di manutenzione e le sanzioni per chi non rispetta la norma.

In relazione agli impianti elettrici abbiamo che:

  • Per l’installazione, la trasformazione e l’ampliamento degli impianti elettrici deve sempre essere redatto un progetto;
  • Tale progetto è redatto da un professionista iscritto all’albo (architetti, ingegneri, geometri, periti) se la potenza impegnata è superiore ai 6kw o se la superficie dell’immobile è superiore ai 400mq. In caso contrario può redigerlo anche l’installatore;
  • I progetti devono rispettare le norme UNI e CEI (ne parliamo a breve);
  • Al termine dell’esecuzione dell’impianto deve essere rilasciata la dichiarazione di conformità contenente almeno la relazione con la tipologia dei materiali impiegati e il progetto;
  • Tale dichiarazione deve essere rilasciata anche in caso di esecuzione parziale di impianti, relativamente alla sola parte realizzata;
  • Gli impianti possono essere eseguiti solo da imprese abilitate, cioè iscritte al registro delle imprese o all’albo delle imprese artigiane;
  • Il committente è tenuto ad affidare l’esecuzione degli impianti solo a queste imprese.

In caso di violazione delle prescrizioni ci possono essere multe da 100€ a 10.000€.

Normativa tecnica

La normativa tecnica è quella che definisce come devono essere realizzati gli impianti elettrici. Già dalla legge 186 del 1968 il responsabile della normativa tecnica è stato individuato nel CEI, Comitato Elettrotecnico Italiano, un’associazione creata nel 1909 e che oggi in sostanza recepisce le norme tecniche europee in ambito elettrico e le armonizza al mercato italiano.La principale norma tecnica attualmente in vigore per l’impiantistica elettrica è la CEI 64-8, nata in seguito alla pubblicazione del d.m. 37/2008, e che ha subìto nel corso degli anni numerosi aggiornamenti.
Non approfondiamo oltre perché più avanti, quando vedremo quali sono gli elementi che compongono un impianto elettrico, faremo vari riferimenti alle prescrizioni tecniche date da questa norma.
Chiarito il quadro normativo di riferimento, vediamo un primo aspetto essenziale: quando un impianto elettrico è considerato a norma.

Quando un impianto elettrico è considerato a norma?

È importante fare subito una precisazione: quando parliamo di impianto elettrico a norma non stiamo dicendo che l’impianto deve rispettare le norme attualmente in vigore, ma che deve rispettare le norme in vigore al momento della sua realizzazione. Se non fosse così, ad ogni aggiornamento legislativo tutti gli impianti non sarebbero più a norma.

Detto ciò la rispondenza alle norme di un impianto è attestata da due documenti:

  • La dichiarazione di conformità (Di.Co.)
  • La dichiarazione di rispondenza (Di.Ri.)

Quindi: un impianto elettrico è considerato a norma se è in possesso della dichiarazione di conformità o della dichiarazione di rispondenza. 

Abbiamo detto che la dichiarazione di conformità è stata introdotta dalla legge 46/1990, rendendola obbligatoria per tutti i nuovi impianti realizzati da quella data in poi. Quindi, in teoria, tutti gli impianti successivi al 1990 dovrebbero essere dotati di tale dichiarazione, ma la realtà è diversa: non è raro trovarne sprovvisti di questo documento.
Le cause sono varie, a partire dalle prevedibili difficoltà nel recepire la norma, che è stata a suo modo rivoluzionaria, da parte degli installatori per continuare con una prescrizione in particolare, necessaria per poter certificare gli impianti: la presenza della linea di messa a terra. 
Se per un impianto in un nuovo edificio questa condizione era facilmente raggiungibile, la situazione si complicava per gli impianti realizzati nell’ambito della ristrutturazione di appartamenti all’interno di condomini esistenti: infatti la maggior parte di quelli realizzati prima del 1990 non aveva la linea di terra condominiale, pertanto era impossibile dotare anche gli appartamenti di tale linea. Attualmente il problema è stato quasi totalmente superato, ma per adeguare tutti i condomini ci sono voluti molti anni.

Inoltre per tutti gli impianti realizzati prima del 1990 come ci si doveva comportare? La legge 46 li aveva resi automaticamente non a norma e da rifare? Siccome la dichiarazione di conformità è un documento essenziale anche ai fini dell’agibilità degli immobili, non era realistico pretendere da tutti i proprietari di casa che rifacessero il proprio impianto elettrico. Si è posto rimedio anche a questo problema con il d.m. 37/2008, che ha introdotto la Dichiarazione di Rispondenza, da utilizzare in sostituzione della dichiarazione di conformità, per tutti gli impianti che non ne sono provvisti e hanno determinate caratteristiche. 

Ad oggi si sono delineati alcuni scenari relativamente alla conformità degli impianti elettrici: 

  • Tutti gli impianti realizzati dal 2008 in poi (anno di emanazione del d.m. 37/2008) devono OBBLIGATORIAMENTE essere dotati di dichiarazione di conformità (Di.Co.);
  • Gli impianti realizzati dal 1990 in poi sono a norma, anche in assenza di dichiarazione di conformità, purché realizzati secondo la norma CEI in vigore al momento della loro realizzazione, e possono essere dotati di dichiarazione di rispondenza (Di.Ri.);
  • Gli impianti realizzati prima del 1990 sono “adeguati se dotati di sezionamento e protezione contro le sovracorrenti posti all’origine dell’impianto, di protezione contro i contatti diretti, di protezione contro i contatti indiretti o protezione con interruttore differenziale avente corrente differenziale nominale non superiore a 30 mA” (d.m. 37/2008, articolo 6, comma 3), e in questo caso possono essere dotati di dichiarazione di rispondenza (Di.Ri.);

Verificare l’esistenza della dichiarazione di conformità, della dichiarazione di rispondenza o della possibilità di dotare l’impianto elettrico di tale documento, è sicuramente utile al fine di comprendere se l’impianto elettrico ha bisogno o meno di interventi. Chiaramente non può essere l’unico criterio su cui basarsi per una decisione di questo genere: per i motivi che abbiamo visto all’inizio, un impianto realizzato trenta o quarant’anni fa, anche in presenza di una dichiarazione di rispondenza, probabilmente non è adeguato alle esigenze attuali. In questi casi è senza dubbio utile far visionare l’impianto ad un tecnico con esperienza nel settore o ad un installatore qualificato.  

Come è fatto un impianto elettrico?

Prima di vedere quali sono le possibilità di intervento su un impianto elettrico durante una ristrutturazione, è utile capire come è fatto un impianto elettrico e che caratteristiche debba avere un impianto elettrico per essere considerato a norma al giorno d’oggi.

Gli elementi che compongono un impianto elettrico sono relativamente pochi:

  • Contatore
  • Quadro elettrico
  • Linee elettriche principali (dorsali)
  • Cassette di derivazione
  • Terminali (punti luce, prese, interruttori, etc.)

Gli impianti che vengono realizzati al giorno d’oggi sono quasi esclusivamente sottotraccia e di tipo sfilabile: cioè i cavi elettrici passano all’interno di canaline di plastica posizionate all’interno di muri e pavimenti. 

In realtà la realizzazione di impianti sfilabili è un obbligo di legge, in caso di impianti sottotraccia, anche se in passato non era così: molti impianti venivano realizzati annegando direttamente i cavi elettrici dentro le murature, costituendo un serio pericolo in caso di cavi scoperti.

Ma cosa significa sfilabile? Semplicemente che i cavi che portano l’energia elettrica vengono “sfilati” (cioè infilati) dentro delle canaline di plastica (dei tubi in sostanza) chiamati corrugati (leggeri o pesanti a seconda dell’utilizzo) perché sono caratterizzati da delle nervature che consentono facilmente di piegarli e quindi di superare ostacoli o curvarsi.

Tutti i cavi elettrici dell’impianto, se realizzato sottotraccia, devono obbligatoriamente passare dentro queste canaline, senza eccezione. Le canaline sono uno degli elementi essenziali nel determinare se un impianto esistente può essere messo a norma o meno, infatti è prescritto che i nuovi impianti (o quelli rifatti) abbiano almeno il 30% di spazio libero a loro interno, per eventuali futuri adeguamenti o ampliamenti. 

Fatto questo inciso vediamo i vari elementi di un impianto elettrico.

Contatore

Il contatore è il punto di collegamento tra la rete di distribuzione dell’energia elettrica e l’impianto domestico. In Italia tutti i contatori sono sempre di proprietà del distributore (in questo caso dell’Enel), a prescindere dal fornitore con cui è stato sottoscritto il contratto. Tutti i nuovi contatori devono essere posizionati in posti facilmente accessibili dall’esterno per manutenzione e verifiche, se però, come accade spesso negli appartamenti, il contatore è già ubicato dentro casa non vi è l’obbligo di spostarlo. Solo quelli trifase, quindi per potenze impiegate superiori ai 6 kw, è richiesto che sia accessibile dall’esterno dell’appartamento. 

Quadro elettrico

Detto che il contatore non è un elemento dell’impianto elettrico privato, il primo elemento di un impianto domestico che incontriamo è senza dubbio il quadro elettrico: una centralina di controllo collegata al contatore che ha il compito di distribuire l’energia a tutta la casa. 

Al suo interno sono presenti vari interruttori che hanno due funzioni principali: da un lato di sicurezza e dall’altro di sezionamento dell’impianto in più linee. A tal proposito la norma tecnica CEI 64-8, per i nuovi impianti realizzati, prevede un numero minimo di linee legate alla dimensione dell’immobile, alla tipologia di impianto e ai servizi connessi (lo vedremo meglio nel prossimo paragrafo). 

Gli interruttori presenti all’interno di un quadro elettrico possono essere di due tipologie:

  • Differenziali, che intervengono staccando automaticamente la corrente in caso di eventuali contatti diretti con elementi dell’impianto non protetti (cavi scoperti ad esempio), evitando in sostanza il pericolo di folgorazione (protezione umana);
  • Magnetotermici, che hanno lo scopo di intervenire staccando automaticamente la corrente in caso di sovracorrenti o corto circuiti (protezione dell’impianto).

Oltre a questi interruttori ne troviamo un terzo tipo, che racchiude entrambe le caratteristiche, chiamato differenziale magnetotermico, spesso identificato come salvavita.

Venendo al loro utilizzo pratico, dentro un quadro elettrico solitamente troveremo:

  • Un interruttore generale di tipo Magnetotermico (per proteggere l’impianto da eventuali sovratensioni);
  • Un interruttore differenziale per ognuna delle sezioni in cui è suddiviso l’impianto (la norma ne prevede almeno due);
  • Un interruttore magnetotermico, a valle del differenziale, per ognuna delle linee in cui è diviso l’impianto (NB: a valle di ogni differenziale ci può essere più di un magnetotermico);
  • Se una sezione dell’impianto corrisponde ad una sola linea si utilizza un differenziale magnetotermico (per la linea dedicata alla caldaia ad esempio).

Quindi idealmente i collegamenti dentro un quadro elettrico sono come una piramide che trova al vertice il magnetotermico (interruttore generale), seguito dai differenziali (sezioni impianto), seguiti da altri magnetotermici (linee). 

Da questi ultimi interruttori partono i cavi di distribuzione principale dell’energia all’interno della casa.

Le linee elettriche

Abbiamo detto che un aspetto importante normato dalla norma CEI 64-8 è il numero minimo di linee che devono essere presenti in un impianto elettrico domestico. E vale sia per nuova installazione, sia per sostituzione, sia per messa a norma di un impianto esistente. I due fattori discriminanti per determinare il numero minimo di linee sono: la superficie dell’immobile e il livello dell’impianto. A questo punto è importante spiegare cosa si intende con livello dell’impianto.

I livelli dell’impianto

La norma individua tre livelli per gli impianti elettrici: base, standard e domotico.

Senza addentrarci in aspetti tecnici diciamo che il livello base è quello minimo obbligatorio che devono raggiungere tutti i nuovi impianti installati per poter essere certificati. I livelli standard e domotico sono facoltativi e non sono indispensabili ai fini della certificazione dell’impianto.

La determinazione del livello dell’impianto avviene sulla base di queste caratteristiche:

  • Quadro elettrico e linee (numero delle linee, numero degli interruttori differenziali, protezione dalle sovratensioni);
  • Numero di lampade di emergenza;
  • Numero di prese e punti illuminazione (divise per tipologia di ambiente e dimensione dello stesso);
  • Numero di prese telefoniche e/o dati;
  • Tipologia di apparecchi ausiliari installati (citofono/videocitofono, allarme, controllo carichi, etc.).

In relazione alla dimensione dell’immobile e alle destinazioni d’uso dei locali vengono definite delle caratteristiche minime per ogni livello.

Il numero di linee

Ogni livello dell’impianto richiede un numero minimo di linee elettriche, che possiamo riassumere nella seguente tabella:

LivelloSuperficieNumero linee
BaseFino a 50mq2
Tra 50mq e 75mq3
Tra 75mq e 125mq4
Oltre 125 mq5
StandardFino a 50mq3
Tra 50mq e 75mq3
Tra 75mq e 125mq5
Oltre 125 mq6
DomoticoFino a 50mq3
Tra 50mq e 75mq4
Tra 75mq e 125mq5
Oltre 125 mq7

Attenzione ad un aspetto: le linee di scaldacqua, condizionatori, caldaie, box auto e cantine (o assimilabili) devono essere a parte rispetto a quelle del resto della casa e devono essere in aggiunta a quelle che abbiamo appena visto qui sopra. 

Quindi, detto delle previsioni minime di legge, venendo all’aspetto pratico in un impianto elettrico nuovo di un appartamento di medie dimensioni, ricordandoci che la norma richiede almeno due interruttori differenziali, dovrebbe esserci come minimo questa suddivisione di linee:

  • Interruttore generale (magnetotermico)
  • Interruttore differenziale 1 
  • linea luci per la zona giorno;
  • linea prese per la zona giorno;
  • Interruttore differenziale 2
  • linea luci per la zona notte;
  • linea prese per la zona notte;
  • Interruttore magnetotermico-differenziale dedicato alla linea cucina;
  • Interruttore magnetotermico-differenziale dedicato alla linea caldaia;
  • Interruttore magnetotermico-differenziale dedicato alla linea di ogni condizionatore.

Una volta chiarito il numero di linee in cui dividere l’impianto, è importante capire come si diramano queste linee dentro la casa.

La corrente viene trasportata dai cavi elettrici ma sappiamo che ad ogni linea corrispondo più punti di utenza: ad una linea prese, ad esempio, corrisponderanno più prese posizionate all’interno di più stanze. Le prese non sono collegate direttamente con i magnetotermici del quadro elettrico ma le linee hanno una gerarchizzazione:

  • Dal quadro elettrico partono le dorsali, uno per ogni linea, che sono come delle autostrade in grado di sopportare molto traffico;
  • Le dorsali arrivano a delle cassette di derivazione, che sono come dei caselli in grado di smaltire e indirizzare il traffico verso più direzioni;
  • Dalle cassette di derivazione partono i cavi di collegamento verso i vari terminali, che sono come le strade locali con cui si arriva fino a casa.
Cavi elettrici

Abbiamo detto che i cavi dell’impianto elettrico vengono sfilati dentro i corrugati. Ogni linea elettrica è composta da tre cavi: la fase, il neutro e la massa (messa a terra). Questi cavi sono formati da tanti filamenti di rame attorcigliati e sono protetti in modo robusto con materiali plastici morbidi, che hanno colore diverso a seconda della funzione per distinguerli facilmente. La norma disciplina anche il colore dei cavi ed è abbastanza articolata. Con le dovute precauzioni possiamo dire che il cavo di fase è di colore blu, mentre la linea di terra è di colore giallo-verde.

Altro aspetto importante è la sezione dei cavi elettrici: più è grande, più energia riesce a portare. Quindi i cavi delle dorsali, cioè i tratti che vanno dal quadro elettrico alle cassette di derivazione, hanno un diametro maggiore rispetto ai cavi che vanno ai terminali. Solitamente nelle dorsali troviamo cavi di sezione tra 4mmq e 6mmq, mentre a valle troviamo cavi di sezione tra 1,5mmq e 2,5mmq. Questo valga come indicazione di massima perché ogni impianto deve essere dimensionato in base alle effettive esigenze.

Cassette di derivazione

Abbiamo detto che la suddivisione del segnale elettrico verso i punti di utilizzo avviene all’interno delle cassette di derivazione: non sono altro che delle scatole di plastica, posizionate all’interno della muratura. Solitamente si tende a non metterne molte, cercando di concentrare il più possibile le diramazioni in un numero limitato di cassette, e a nasconderle in posti poco visibili.

I frutti

A valle di tutto l’impianto troviamo i frutti, cioè tutti quegli interruttori, prese, etc. che rendono possibile utilizzare l’energia elettrica e far funzionare apparecchi e luci. Vi sono molte tipologie di frutti a seconda dell’esigenza, basti pensare che solo per le prese possiamo avere quelle a 10 ampère, quelle a 16 ampère, le bivalenti 10/16 ampère, le Schucko (dette anche tedesche), ….

Il frutto però è solo uno degli elementi che compongono la parte terminale dell’impianto. Quello che chiamiamo frutto infatti solitamente è composto da tre parti: 

  • una scatola plastica incassata nella muratura (come le cassette di derivazione ma più piccole), in cui arrivano in cavi elettrici dell’impianto;
  • il frutto vero e proprio, inserito nella cassetta e collegato ai cavi;
  • la placchetta, che copre il bordo della cassetta.

Le scatole portafrutto hanno varie dimensioni e possono portare un numero variabile di frutti: quelle più utilizzate riescono ad ospitare tre prese o interruttori, ma si può arrivare a cassette da otto e ne esistono anche da un solo frutto.

La parte visibile dei terminali sono il frutto e la placchetta, e in commercio se ne possono trovare svariate tipologie che però sostanzialmente si differenziano per l’estetica. Infatti tutti gli elementi di un impianto elettrico, quindi anche i terminali, per essere immessi in commercio devono avere obbligatoriamente il marchio CE, e quindi garantire un livello di sicurezza minimo comune.  

Detto dei frutti abbiamo visto tutti gli elementi principali di un impianto elettrico. In realtà si potrebbero fare tanti altri approfondimenti: non abbiamo affrontato la domotica, gli impianti antintrusione, la videosorveglianza, gli impianti telefonico, televisivo, dati…Si tratta di sotto-impianti, che però seguono la stessa logica installativa di quanto abbiamo visto fin qui, e che affrontare ora renderebbe troppo dispersivo un articolo in cui abbiamo ancora tante cose da dire. 

Concentriamoci, invece, sugli aspetti essenziali: all’inizio abbiamo detto che in Italia ci sono milioni di impianti non a norma e che dovrebbero essere adeguati o sostituiti. Quando parliamo di mettere a norma un impianto elettrico abbiamo detto che significa, a livello burocratico, fare in modo di poterlo dotare di dichiarazione di conformità o di rispondenza. Invece a livello pratico significa renderlo sicuro e adeguato alle esigenze di chi lo utilizza. 

Ma la domanda è: si può mettere a norma un vecchio impianto o è necessario sostituirlo?

Messa a norma o rifacimento dell’impianto: quale strada seguire?

In teoria il risultato della messa a norma di un impianto esistente e della sostituzione dovrebbe essere lo stesso: un impianto che risponde alle normative vigenti. Però le modalità di intervento sono profondamente diverse e non sempre la messa a norma, sebbene molto più economica, garantisce un impianto realmente adeguato alle esigenze di chi lo utilizza. Proviamo a capire in cosa consistono queste due tipologie di interventi e in cosa differiscono.

Mettere a norma un impianto elettrico 

Abbiamo detto che mettere a norma un impianto elettrico significa adeguarlo alle attuali norme in vigore, quindi nella sostanza sostituirne tutti i componenti. Parliamo di quadro elettrico, cavi, frutti e componentistica varia. Quello che rimane invariato è l’impostazione dell’impianto elettrico, dato dal numero, dimensione e posizione delle canaline presenti all’interno dei muri (i moderni corrugati di cui abbiamo già parlato). Paragonando l’impianto elettrico ad un corpo umano sarebbe come sostituire gli organi (gli elementi dell’impianto) e fare una trasfusione di sangue (i cavi), ma senza intervenire su arterie e vene che rimangono invariate (i corrugati).

La peculiarità della messa a norma di un impianto è quello di non fare lavori edili, o di limitarli al minimo indispensabile. Come vedremo nel prossimo paragrafo, il lavoro edile maggiormente invasivo durante la realizzazione di un nuovo impianto è la realizzazione delle tracce e il posizionamento dei nuovi corrugati.

Detto ciò è necessario evidenziare due aspetti: 

  • le canaline utilizzate in passato erano molto più piccole rispetto a quelle richieste dalle norme attuali
  • gli impianti erano notevolmente più semplici (abbiamo detto meno sezionamento ma anche meno punti di utenza), di conseguenza anche il numero delle canaline era molto minore rispetto alle attuali esigenze. 

Queste condizioni di partenza rendono molto difficile implementare nuove linee elettriche, o sezionare maggiormente quelle esistenti, anche perché i cavi utilizzati ora hanno sezioni decisamente più generose rispetto al passato e fanno fatica a passare in gran quantità dentro le vecchie canaline. Quindi spesso vengono a cadere due requisiti basilari degli impianti realizzati seguendo la norma CEI 64-8: il sezionamento e lo spazio libero all’interno delle canaline. Il risultato della messa a norma di un impianto elettrico esistente è sì avere componenti certificati, ma ritrovarsi con un impianto sostanzialmente uguale al precedente, magari con qualche presa e interruttore in più. 

Per riassumere, gli aspetti positivi della messa a norma di un impianto elettrico sono:  

  • Lavori più rapidi e meno invasivi;
  • Lavori molto più economici;
  • Ottenere un impianto sicuro.

Al contrario gli aspetti negativi sono:

  • Impossibilità di aumentare il numero di linee, e quindi spesso di ottenere un impianto che rispetti la norma CEI 64-8;
  • Non rispondere alla normativa in merito allo spazio minimo libero dentro le canaline (30%);
  • Avere un impianto difficilmente espandibile.

Nella sostanza il risultato è quasi sempre un impianto non realmente adeguato alle esigenze di una casa moderna, e difficilmente certificabile (anche se spesso vengono certificati in barba alle norme). 

Naturalmente abbiamo fatto considerazioni generiche, valide per la maggior parte dei casi, ma ogni impianto fa storia a sé. Ci sono casi in cui la messa a norma è un intervento non solo fattibile ma anche il migliore possibile, come ci sono casi in cui tale operazione risulta materialmente impossibile. Questo vale soprattutto nelle case costruite fino agli anni ’60 del secolo scorso, dove non è raro trovare impianti elettrici con i cavi murati, senza la presenza di un tubo per sfilarli. Si tratta di una soluzione che, oltre ad essere fuori norma, é vietata e anche pericolosa: basta un cavo scoperto per rischiare di essere folgorati. Difficilmente si troverà un tecnico che si prenda il rischio di rilasciare una Dichiarazione di Rispondenza su un impianto del genere.

Ultimo aspetto importante da sottolineare è che, dal punto di vista amministrativo, la messa a norma di un impianto elettrico esistente è considerato intervento di manutenzione ordinaria, quindi non necessita di pratica edilizia.

Sostituire un impianto elettrico

Passando alla sostituzione dell’impianto elettrico, la differenza più evidente con la messa a norma è che non si cambiano solo quadri elettrici, cavi e frutti, ma anche tutto il sistema distributivo, formato dalle canaline che corrono dentro i muri. Con la sostituzione completa non solo è possibile implementare tutti i punti di utenza necessari, ma anche avere la certezza di ottenere un impianto a norma. Lo scotto da pagare è avere lavori molto più invasivi: infatti significa eliminare completamente il vecchio impianto e realizzarlo ex-novo, quindi lavori edili abbastanza importanti. Un’operazione che sicuramente non comporta problemi se fatta durante una ristrutturazione complessiva ma che, se viene fatta autonomamente, significa dover sopportare molti disagi per chi vive in casa. Infatti, con la sostituzione dell’impianto abbiamo sostanzialmente due macro fasi: una di demolizione e una di realizzazione del nuovo impianto.

Rimozione del vecchio impianto

In questa fase, oltre a rimuovere tutti i frutti, le cassette, i cavi, il quadro elettrico e ogni altro elemento terminale dell’impianto, andrebbero rimosse anche tutte le tubazioni presenti nei muri e sotto i pavimenti. Queste saranno, infatti, quasi completamente inutilizzabili nel nuovo impianto (sia per motivi di posizionamento che di dimensione che di standard costruttivi). Chiaramente farlo comporta già dei lavori murari e spesso si tende a lasciare le vecchie tubazioni nei muri eliminando solo quelle strettamente necessarie. Sarebbe da evitare per non avere un coacervo di tubi nei muri che, ai limiti estremi, ne potrebbero compromettere anche la stabilità. Invece, se non sono previsti interventi a pavimento, le tubazioni annegate nel massetto possono restare senza problemi. 

Realizzazione del nuovo impianto elettrico

Una volta sgombrato il campo dal vecchio impianto si può passare ad eseguire i lavori necessari per realizzare il nuovo impianto elettrico. Si tratta di un misto tra lavori edili ed impiantistici, ed hanno generalmente la seguente sequenza:

  • Esecuzione delle tracce necessarie per i nuovi corrugati (lavori edili);
  • Installazione di tutto il sistema distributivo dell’impianto, quindi corrugati, cassette di derivazione, scatole portafrutti, vano per il quadro elettrico, etc. (lavori impiantistici);
  • Chiusura delle tracce, eventuale realizzazione controsoffitti (lavori edili);
  • Intonachi, stuccature e pitturazioni (lavori edili);
  • Infilaggio di tutti i cavi (lavori impiantistici);
  • Installazione di quadro elettrico, frutti e placchette (lavori impiantistici);

Detto dei lavori da fare e della sequenza temporale, c’è un aspetto pratico da evidenziare nel caso in cui la sostituzione dell’impianto elettrico avvenga al di fuori di una ristrutturazione, cioè come comportarsi con le pareti dove sono presenti dei rivestimenti, quindi solitamente nei bagni e nella cucina. Aprire delle tracce dove sono presenti piastrelle è un problema perché chiaramente queste piastrelle verranno rotte e quasi mai si hanno piastrelle di scorta. In questo caso la scelta è tra mantenere i vecchi tubi per infilare i cavi elettrici, quindi mantenere la vecchia impostazione dell’impianto con tutti i problemi che abbiamo visto nel paragrafo precedente, oppure sostituire anche i rivestimenti (parzialmente o totalmente). 

Come per la messa a norma, riassumiamo anche qui gli aspetti positivi e negativi della sostituzione dell’impianto elettrico.

Aspetti positivi:

  • Ottenere un impianto sicuro e che rispetta le norme attualmente in vigore;
  • Ottenere un impianto che risponde appieno alle esigenze di chi abita nella casa;
  • Avere un impianto facilmente espandibile e integrabile;
  • Poter sfruttare le detrazioni fiscali (naturalmente se eseguito con la corretta pratica edilizia).

Gli aspetti negativi invece sono:

  • Costi maggiori;
  • Interventi edili invasivi;
  • Tempi di realizzazione più lunghi.

A chiusura di questo paragrafo facciamo un inciso su come la legge interpreta la sostituzione di un impianto elettrico: il Testo Unico dell’edilizia, d.pr. 380/200, fa rientrare la sostituzione degli impianti nella categoria della manutenzione straordinaria. Infatti all’interno della definizione (art. 3) troviamo che sono di manutenzione straordinaria “le opere e le modifiche necessarie […] per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici”. Sostituendo un impianto elettrico si sta realizzando un nuovo impianto, quindi la definizione è calzante. In questo caso scattano tutti gli oneri e onori conseguenti: tra i primi annoveriamo la presentazione di una pratica edilizia, tra i secondi il poter usufruire delle detrazioni fiscali.

Intervenire sull’impianto elettrico: le cose da non scordarsi mai

L’impianto elettrico ormai è diventato l’impianto più importante in una casa e affrontarne il rifacimento o l’adeguamento nel modo corretto è essenziale per avere la sicurezza non solo di ottenere un impianto a norma e sicuro, ma anche rispondente alle reali esigenze di chi lo utilizzerà. Per questo è importante rivolgersi a progettisti ed installatori qualificati, capaci e competenti. In questo articolo, data la complessità dell’argomento, non è stato possibile trattarlo in modo completo. Ma in fondo sarebbe stato sostanzialmente inutile: conoscere nel dettaglio le norme tecniche, come si realizzano i circuiti, come calcolare le potenze necessarie, come e dove posizionare prese e interruttori, sono aspetti che ad un committente non servono e che devono essere approfondite con il progettista oppure con l’elettricista. 

In compenso abbiamo messo a fuoco alcuni aspetti fondamentali, quasi sempre sconosciuti e sottovalutati, ma di vitale importanza:

  1. Quando si decide di intervenire in modo profondo su un impianto obsoleto, le opzioni a disposizione sono la messa a norma o la sostituzione;
  2. La messa a norma di un impianto esistente non è sempre possibile e non sempre garantisce un impianto realmente rispondente alle norme in vigore;
  3. La sostituzione è l’unico intervento realmente corretto (soprattutto in fase di ristrutturazione) e che garantisce conformità alla normativa e di rispondere alle reali esigenze abitative;
  4. La messa a norma non richiede pratica edilizia e non accede alle detrazioni fiscali;
  5. La sostituzione richiede una pratica edilizia e può accedere alle detrazioni fiscali 
  6. In seguito ad un intervento di messa a norma o sostituzione deve obbligatoriamente essere rilasciata la dichiarazione di conformità dell’impianto;
  7. Tutti gli interventi sugli impianti, messa a norma o sostituzione, devono essere realizzati da artigiani qualificati ed iscritti agli albi.

Su quest’ultimo punto purtroppo c’è da constatare come sia ancora diffusa la tendenza, da parte dei committenti, ad essere superficiali. Ci si affida spesso a chi non è realmente competente, a fronte di un ipotetico risparmio economico, e non è raro trovare impianti anche nuovi realizzati in modo approssimativo e non rispondenti alle norme di settore. L’energia elettrica per vari motivi sarà sempre più presente in casa, andando nel tempo a sostituire le altre fonti anche per il riscaldamento, quindi realizzare un impianto a norma, facilmente espandibile ed integrabile è essenziale. 

Alessandro Mezzina

Architetto e autore di www.ristrutturazionepratica.it

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