Terminali dell’impianto di riscaldamento e condizionamento: guida completa alla scelta per la ristrutturazione
Nel 2026 i terminali dell’impianto di riscaldamento non sono più un dettaglio: determinano comfort, consumi e compatibilità con pompe di calore e raffrescamento. Questa guida mette a confronto radiatori, sistemi radianti, fan coil e split, spiegando in modo semplice come scegliere in ristrutturazione tra vincoli di cantiere e prestazioni reali
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Nel periodo in cui le case non erano isolate e si riscaldavano solo con caldaie a gas, il tema dei terminali era secondario e poco considerato: l’unica opzione possibile erano i termosifoni e al massimo ci si preoccupava di fare in modo che fossero sufficientemente grandi da riscaldare sufficientemente le stanze. Anche in caso di ristrutturazione al massimo si cambiava qualche termosifone per estetica, magari mettendo dei termoarredi nelle stanze principali e nei bagni, mentre per combattere il calore dell’estate al massimo si installava qualche condizionatore.
Oggi però le tecnologie di riscaldamento e raffrescamento si sono evolute e hanno coinvolto tutti gli elementi dell’impianto di riscaldamento e raffrescamento, terminali compresi: il mercato, la normativa, l’aumento dei costi energetici e la conseguente attenzione ai consumi stanno spingendo verso sistemi più efficienti, spesso elettrificati. In questo scenario i terminali dell’impianto di riscaldamento (che sempre più spesso diventano anche terminali dell’impianto di raffrescamento) assumono un ruolo centrale come ultimo elemento di un impianto complesso: diventano la parte che determina quanto calore dovrà produrre il generatore per ottenere il comfort desiderato.
Un impianto moderno non è soltanto un generatore che scalda acqua (o aria) e la manda ai terminali, ma un sistema che lavora su temperature più basse, controlli più intelligenti e – quando richiesto – anche raffrescamento estivo. Per questo, in ristrutturazione, la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento incide direttamente sul benessere, sull’efficienza complessiva, sui consumi e sulla flessibilità futura dell’abitazione.
In questo contesto è inutile alimentare le “guerre di religione” (meglio pavimento, radiatori o ventilconvettori?), ma è più utile fornire criteri di scelta concreti, che tengano insieme edificio, stile di vita e obiettivi. In altre parole: l’impianto perfetto non esiste, esiste quello giusto per quella casa, in quel contesto, con quelle abitudini.
Cambiare punto di vista: da “sfruttare il calore prodotto” a “gestire il comfort”
L’efficienza energetica in edilizia ha un punto fermo: il comfort non dipende solo da quanta energia si produce, ma da come la si distribuisce e da quanto l’edificio disperde. Se l’abitazione è poco isolata, qualunque terminale verrà spinto a lavorare di più; se l’abitazione è ben isolata, sono sufficienti temperature più basse, con grandi benefici sulla bolletta.
Nel 2026 questa dinamica diventa ancora più centrale per un motivo molto pratico: la diffusione delle pompe di calore e, più in generale, dei sistemi ad alta efficienza, spinta in modo significativo anche dalle istituzioni. La Commissione europea infatti ha chiarito, nel contesto della revisione EPBD, che gli Stati membri devono interrompere (al più tardi dal 1° gennaio 2025) gli incentivi per l’installazione di nuove caldaie “stand-alone” alimentate a combustibili fossili.
E così ha fatto l’Italia: dall’anno scorso non ci sono più detrazioni fiscali per caldaie a condensazione pure (restano invece per quelle ibride). Anche il nuovo Conto Termico 3.0, entrato in vigore il giorno di Natale del 2025, è chiaro a tal proposito: vengono incentivati solo generatori che sfruttano fonti energetiche rinnovabili (FER). Quindi niente caldaie a condensazione pure.
Senza trasformare l’articolo in una guida normativa, questo dato serve a inquadrare una conseguenza concreta: in una ristrutturazione attenta anche alle tasche, quindi che vuole sfruttare detrazioni ed incentivi, oltre a cercare costi di gestione ridotti, la scelta del generatore non può più essere la caldaia a condensazione tanto amata dagli italiani, ma diventa sempre più spesso una pompa di calore (magari ibrida).
E di conseguenza anche i terminali dell’impianto di riscaldamento devono essere pensati in funzione della compatibilità con questi nuovi generatori, che lavorano con temperature più basse. E devono essere pensati in funzione di un controllo più fine. Questo non vuol dire guerra aperta ai termosifoni: in determinate condizioni continuano ad essere dei terminali dell’impianto di riscaldamento efficaci anche con le pompe di calore.
Vediamo quindi qual è il modo corretto di agire quando si scelgono i nuovi terminali dell’impianto di riscaldamento (e raffrescamento) in una ristrutturazione.
Il Principio guida: non si compra un prodotto, si sceglie una temperatura
Nel momento in cui si scelgono i terminali dell’impianto di riscaldamento, non conta solo “quanta potenza” possono erogare, ma soprattutto come trasferiscono calore agli ambienti. Questo aspetto è decisivo sia per la qualità del comfort sia per la temperatura di lavoro richiesta all’impianto. Per comprenderlo senza tecnicismi inutili, il punto di partenza è distinguere i due meccanismi fondamentali con cui i terminali riscaldano una casa: convezione e irraggiamento.
La fisica del comfort: convezione vs irraggiamento
I terminali non scaldano tutti allo stesso modo. Alcuni scaldano prevalentemente l’aria (convezione), altri scaldano soprattutto le superfici e le persone (irraggiamento). Questa differenza non dipende solo dal “tipo” di impianto, ma anche da un fatto molto concreto: la dimensione della superficie scaldante rispetto al volume dell’ambiente.
Quando la superficie che emette calore è molto ampia rispetto alla stanza, quella superficie può lavorare a temperature relativamente contenute e lo scambio termico avviene in misura significativa per irraggiamento: il calore viene trasmesso direttamente a persone e oggetti, che aumentano la propria temperatura. Al contrario, quando la superficie calda è più piccola e localizzata, una quota maggiore del calore viene trasferita per convezione, cioè scaldando l’aria che poi si muove (per i moti convettivi dovuti al fatto che l’aria calda tende a salire e quella fredda a scendere) e distribuisce il calore nell’ambiente.
È anche per questo che due case con la stessa temperatura letta dal termostato possono essere percepite in modo diverso: se le superfici dell’ambiente restano fredde, la sensazione può risultare meno confortevole nonostante l’aria sia “in temperatura”; se invece anche le superfici partecipano allo scambio termico, il comfort tende a essere più uniforme e stabile.
- I radiatori tradizionali (termosifoni) lavorano prevalentemente per convezione, data la loro piccola superficie;
- I pannelli radianti (pavimento, parete, soffitto) lavorano per irraggiamento: le superfici “partecipano” al comfort;
- I fan coil/ventilconvettori e i terminali ad aria (split) hanno un’evidente componente convettiva: scaldano e raffrescano muovendo aria.
Differenze di percezione: aria calda o pareti calde?
Quando il comfort è affidato soprattutto all’aria (convezione), l’ambiente può scaldarsi più rapidamente ma può anche risultare meno “uniforme”, con stratificazioni e sensazioni localizzate di caldo o freddo. Quando invece il comfort è guidato dall’irraggiamento, spesso il benessere è percepito come più stabile e avvolgente in quanto tutta la superficie è a temperatura uniforme, ma con tempi di risposta più lenti.
In questo punto rientra un concetto spesso trascurato: la temperatura che interessa davvero non è solo quella dell’aria, ma quella “percepita” nell’insieme.
Perché a volte 20°C “non bastano”
A parità di temperatura letta dal termostato, una casa può risultare confortevole oppure “fredda”. La differenza sta spesso nelle superfici: se pareti esterne e serramenti sono freddi (perché poco isolati), il corpo tende a scambiare calore con quelle superfici e la sensazione può essere di freddo anche con aria a 20°C. Quando invece le superfici della stanza sono più “neutre” e stabili (grazie a isolamento e infissi migliori), il comfort arriva prima e spesso si mantiene anche con un’aria leggermente meno calda, con un beneficio diretto sui consumi.
Questo aspetto non è solo “sensazione”: incide sul modo in cui l’impianto deve lavorare. Se l’edificio disperde molto e le superfici restano fredde, per mantenere la casa confortevole l’impianto è costretto a fornire più calore. A parità di terminali, questa richiesta extra viene compensata aumentando i tempi di funzionamento e, molto spesso negli impianti ad acqua, alzando la temperatura di mandata per far erogare ai terminali più potenza. In altre parole, involucro e terminali non sono temi separati: determinano quanta “spinta” serve all’impianto per stare bene, e quindi quanto è facile (o difficile) ottenere efficienza.
L’importanza della temperatura di mandata: perché la pompa di calore “odia” l’acqua a 70°C
Il cuore del ragionamento è la temperatura di mandata, cioè la temperatura del fluido che arriva ai terminali (acqua nei sistemi idronici, refrigerante o aria nei sistemi diretti).
- Con i radiatori tradizionali di vecchia impostazione, molte case lavoravano storicamente con mandata alta, spesso nell’ordine di 70°C o più.
- Con i sistemi radianti, la mandata tipica di progetto può essere molto più bassa (indicativamente nell’ordine di 30–40°C, a seconda di edificio e stratigrafie).
- Con i fan coil dimensionati per lavorare con pompe di calore si punta in genere a una mandata medio-bassa: spesso l’impianto viene progettato per garantire comfort con acqua nell’ordine di 35–45°C, variabile in funzione del carico termico e della potenza del terminale. I sistemi ad aria-aria (split), invece, non hanno una “mandata acqua, ma il principio resta lo stesso.
Il punto chiave è che i terminali impongono la temperatura necessaria per “trasferire” energia all’ambiente. Se un impianto necessita di mandata alta per tenere comfort, qualunque generatore sarà più sotto sforzo. Se invece il sistema riesce a lavorare a mandata più bassa, l’efficienza aumenta, in particolare con le pompe di calore. Da qui deriva la prima regola d’oro: la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento non può essere fatta senza una logica di temperatura.
Efficienza di sistema: come il terminale influenza la bolletta
In una ristrutturazione energeticamente sensata, la bolletta è l’effetto finale di tre fattori che si moltiplicano tra loro:
- dispersioni dell’edificio (involucro);
- efficienza del generatore alle condizioni reali;
- capacità dei terminali di garantire comfort con temperature “amiche” dell’efficienza.
Quando si parla di “impianto efficiente”, spesso si pensa subito al generatore (caldaia a condensazione, pompa di calore, ibrido). Ma se i terminali obbligano a lavorare con temperature alte, il generatore perde gran parte del vantaggio. È per questo che oggi la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento è un aspetto centrale e strategico.
7 domande per non sbagliare la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento
Dati alcuni concetti di base, ora passiamo agli aspetti pratici. Prima di scegliere un terminale o di cambiare il generatore, è necessario farsi alcune domande concrete: una checklist che aiuta a evitare scelte incoerenti.
1) Si possono demolire i pavimenti?
La possibilità di intervenire sui pavimenti è spesso la variabile che separa una ristrutturazione “leggera” da una “profonda”. Se non si può demolire, un radiante tradizionale può diventare complesso; se si può demolire, si apre la strada a soluzioni ad alta efficienza (radiante, nuove distribuzioni, impianti a bassa temperatura).
2) Quote e altezze: ci sono centimetri o millimetri a disposizione?
In molte case, soprattutto in ristrutturazione di appartamenti, pochi centimetri fanno la differenza: porte interne, portoncino, soglie su balconi, gradini, altezze minime interne. Un impianto radiante a pavimento con massetto “classico” richiede spessori importanti; in alternativa esistono sistemi a basso spessore, ma la compatibilità va sempre verificata sul caso reale.
3) Obiettivo clima: serve solo caldo o anche raffrescamento estivo?
Se l’obiettivo include anche il raffrescamento, il quadro cambia. I pannelli radianti possono raffrescare, ma richiedono gestione del punto di rugiada e un impianto di deumidificazione; fan coil e split invece raffrescano “nativamente” (con differenze di comfort). In molte ristrutturazioni, questa domanda è la vera discriminante.
4) L’involucro: è previsto il cappotto o la sostituzione degli infissi?
Se l’edificio verrà isolato (cappotto, serramenti performanti, riduzione infiltrazioni), il fabbisogno termico scende. In quel momento anche i terminali esistenti possono diventare sufficienti a temperature più basse: in sostanza anche i vecchi termosifoni abbinati ad una pompa di calore, possono bastare con acqua che circola a 50° invece che a 70°. La scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento va quindi coordinata con la strategia sull’involucro.
5) Stato attuale: quanta “acqua calda” serve oggi per stare bene?
Un tecnico può fare una verifica molto pratica: nelle giornate fredde imposta l’impianto e controlla a che temperatura sta lavorando l’acqua che entra nei termosifoni. Se la casa è confortevole anche con termosifoni alimentati da acqua tiepida (ad esempio intorno a 45–50°C), significa che l’abitazione e i terminali sono già abbastanza “vicini” alla logica della bassa temperatura. Se invece per ottenere comfort serve tenere l’acqua molto calda (ad esempio 65–70°C), il sistema sta lavorando “al limite”: in quel caso, prima di pensare a generatori più efficienti conviene valutare interventi sull’involucro (infissi/isolamento) oppure terminali più adatti (radiatori più grandi, ventilati, fan coil o radianti).
6) Stile di vita: casa vissuta H24 o uso discontinuo (sera/weekend)?
La variabile “tempo” è spesso sottovalutata. Un sistema radiante è confortevole ma più lento; un fan coil o uno split reagiscono rapidamente. Una casa vissuta tutto il giorno può valorizzare l’inerzia del radiante; una casa vissuta a fasce può preferire la reattività degli split e dei ventilconvettori.
7) Vincoli impiantistici: scarichi condensa e alimentazione elettrica
Quando entrano in gioco fan coil e raffrescamento, compare il tema della condensa e del suo scarico. Quando si parla di pompe di calore e sistemi elettrici, va verificata la disponibilità di potenza elettrica e le predisposizioni.
Queste sette domande chiaramente non servono a “dare una risposta unica”, ma a inquadrare rapidamente i vincoli reali della casa e l’obiettivo di comfort. Una volta chiariti pavimenti e quote, bisogno di raffrescamento, livello di isolamento e stile di vita, la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento smette di essere una questione di gusti e diventa una decisione coerente con il tipo di ristrutturazione possibile.
Ecco che, invece di proseguire con un’analisi dettagliata di ogni tipo di terminale presente sul mercato, proviamo a tradurre le risposte in tre situazioni tipiche di una ristrutturazione residenziale: leggera, media e profonda, ognuna con le sue soluzioni più sensate.
Scenario A – Ristrutturazione leggera: termosifoni e radiatori (senza demolire casa)

Tutte le ristrutturazioni di cui parleremo hanno naturalmente come scopo l’efficientamento energetico e il miglioramento comfort abitativo. Nel caso di una ristrutturazione leggera si punta a raggiungere questi obiettivi senza interventi invasivi su pavimenti e murature.
In questa situazione, la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento parte quasi sempre da ciò che è già presente: i termosifoni possono spesso essere mantenuti e ottimizzati, a patto di capire quando sono ancora adatti e quando invece conviene aggiornarli o affiancarli con soluzioni più efficienti.
Il mito da sfatare: “pompa di calore = via i termosifoni”
Questo è uno dei fraintendimenti più comuni. È vero che le pompe di calore rendono meglio quando lavorano a temperature più basse; ma non è vero che i radiatori debbano sempre essere eliminati. In una ristrutturazione leggera – e a maggior ragione in condominio, dove cappotto e facciate non dipendono dal singolo appartamento – la domanda corretta non è “tenere o buttare i termosifoni”, ma a che temperatura deve lavorare l’impianto per mantenere comfort.
Se i radiatori sono sufficienti anche con acqua meno calda (per dimensionamento, per caratteristiche della casa e per modalità d’uso), possono restare e diventare compatibili con un sistema più efficiente; se invece per scaldare serve ancora acqua molto calda, allora la scelta non si risolve cambiando solo il generatore. Chiaramente il modo di utilizzo deve cambiare.
E qui entra un concetto tecnico semplice ma decisivo: le potenze dei radiatori sono dichiarate secondo uno standard (EN 442) a ΔT 50 K, cioè in condizioni di prova che presuppongono temperature dell’acqua relativamente alte rispetto alla temperatura ambiente. Quando nella realtà si abbassa la temperatura dell’acqua, lo stesso radiatore eroga meno calore: non perché “non funzioni”, ma perché diminuisce la differenza di temperatura che alimenta lo scambio. Questo spiega perché, passando a logiche a bassa temperatura, non conta tanto il modello di radiatore quanto il risultato finale: il radiatore riesce a fornire la potenza necessaria alle condizioni reali? È possibile aumentare il tempo di utilizzo giornaliero per soddisfare la richiesta di calore dell’ambiente?
In pratica, la compatibilità dei radiatori con un impianto più efficiente non si valuta “a sensazione”, ma guardando un dato molto concreto: la temperatura minima dell’acqua con cui la casa resta confortevole nei giorni più freddi. Se l’impianto riesce a mantenere comfort con termosifoni alimentati da acqua non troppo calda, significa che i terminali hanno margine (per dimensionamento o per caratteristiche dell’abitazione) e l’idea di scendere di mandata diventa realistica. Se invece per stare bene serve ancora lavorare stabilmente con acqua molto calda, la sostituzione del generatore con uno a bassa temperatura non è consigliabile: in quel caso si valuta un aggiornamento dei terminali (maggiorazione, radiatori assistiti, fan coil) oppure una strategia integrata coerente con i vincoli reali.
Quando i radiatori esistenti possono restare (ghisa, alluminio e acciaio)
Il materiale del radiatore incide soprattutto su un aspetto che si percepisce in modo abbastanza intuitivo: la reattività. Non esiste un materiale “migliore in assoluto”, ma materiali più adatti a usi diversi.
- Ghisa (alta inerzia): tende a scaldarsi e raffreddarsi lentamente. In un’abitazione vissuta in modo continuativo può essere un pregio, perché stabilizza la temperatura e riduce le oscillazioni; in un uso discontinuo (accensioni brevi, setpoint che cambiano spesso) può diventare un limite perché risponde con lentezza ai comandi della regolazione.
- Alluminio (più reattivo, diffusissimo da decenni): è presente in moltissime case ristrutturate già dalla seconda metà del ’900 e si comporta in modo diverso dalla ghisa. È generalmente più “pronto” nel riscaldarsi e nel raffreddarsi, quindi tende a funzionare bene con regolazioni dinamiche (valvole termostatiche, cronoprogrammi, gestione per ambiente). In una ristrutturazione leggera, questo può essere un vantaggio perché rende più efficace l’ottimizzazione senza demolizioni: l’impianto risponde meglio ai comandi e riduce più facilmente gli sprechi quando una stanza non serve.
- Acciaio (equilibrio e ampia varietà di forme): spesso si trova in radiatori a pannello o in corpi più sottili e “di design”. In molti casi offre un comportamento intermedio tra ghisa e alluminio: buona reattività e una resa che può essere interessante anche a temperature medio-basse, purché il dimensionamento sia adeguato.
In ristrutturazione leggera, mantenere i radiatori esistenti (di qualunque materiale) è sensato quando:
- l’impianto viene reso “intelligente” con regolazione e distribuzione corrette (valvole termostatiche, bilanciamento, controllo per ambienti);
- la casa riesce a restare confortevole senza costringere il sistema a lavorare sempre con mandata molto alta;
- l’uso dell’abitazione è coerente con la risposta del terminale (inerzia per uso continuativo, reattività per uso a fasce).
Se invece l’abitazione richiede mandata alta in modo sistematico (per dispersioni elevate o terminali insufficienti), il problema non è il materiale del radiatore, ma la potenza effettivamente disponibile alle condizioni reali: in quel caso la scelta diventa strategica e può portare a valutare radiatori maggiorati, radiatori assistiti/ventilati o terminali alternativi più adatti alla bassa temperatura.
Ottimizzare l’esistente: valvole termostatiche e bilanciamento
In condominio con il riscaldamento centralizzato, l’installazione di valvole termostatiche è da anni una prassi obbligata in molte situazioni; ma la vera utilità non è “l’obbligo”: è la possibilità di trasformare un impianto tradizionale in un impianto che ragiona per ambienti, evitando di scaldare dove non serve.
ENEA, nei suoi consigli sul risparmio energetico, indica che le valvole termostatiche possono ridurre i consumi fino al 20%.
Il dato va inteso nel modo corretto: si tratta di una stima massima che dipende da comportamento d’uso, squilibri preesistenti e livello di controllo precedente. Tuttavia è un riferimento utile per capire perché, in ristrutturazione leggera, spesso la prima spesa intelligente riguarda la regolazione, non la sostituzione immediata dei terminali dell’impianto di riscaldamento. E questo vale indipendentemente dalla presenza di un generatore centralizzato od autonomo
Il bilanciamento idronico: il segreto per scaldare in modo uniforme (senza demolire)
Molte abitazioni soffrono di radiatori “troppo caldi” in alcune stanze e “freddi” in altre. In molti casi non è colpa del generatore, ma della distribuzione: l’acqua sceglie il percorso più facile e le utenze più vicine alla caldaia o alla colonna montante ricevono più portata, mentre quelle più lontane restano penalizzate.
Il bilanciamento idronico è l’insieme di regolazioni che riportano ordine nel circuito: ogni radiatore riceve la portata corretta e l’impianto smette di funzionare “a caso”. Ed è qui che il tema si lega direttamente alla ristrutturazione leggera: nella maggior parte degli impianti tradizionali il bilanciamento si ottiene senza opere murarie, intervenendo su elementi già presenti (detentori, valvole, eventuali valvole differenziali) e verificando le condizioni di funzionamento.
Il risultato tipico è doppio: comfort più uniforme tra le stanze e minore necessità di alzare la temperatura o tenere acceso più a lungo “per compensare” le zone fredde. Per questo, senza bilanciamento anche un generatore efficiente può rendere meno del previsto; con un bilanciamento corretto, spesso già un impianto tradizionale migliora consumi e vivibilità.
L’evoluzione tecnologica: termosifoni a bassa temperatura e ventilradiatori
Detto di come lavorare in caso di termosifoni classici, c’è da dire che se si desidera rendere l’impianto più compatibile con temperature di mandata basse, esiste una famiglia di terminali dell’impianto di riscaldamento progettati per lavorare meglio a temperature inferiori e di radiatori “assistiti” (ventilati) che aumentano la resa a bassa temperatura grazie a microventilazione.
Il principio è semplice: aumentando lo scambio termico verso l’ambiente, il terminale può fornire più potenza anche con acqua meno calda. In questa categoria rientrano soluzioni commerciali che dichiarano esplicitamente la compatibilità con temperature di mandata anche inferiori a 40°C e l’uso con pompe di calore. (Il dettaglio del modello non è l’obiettivo dell’articolo; l’obiettivo è far capire che esiste un “ponte” tra radiatore tradizionale e impianto radiante.)
Queste soluzioni sono particolarmente interessanti in ristrutturazione leggera quando:
- si vuole evitare demolizioni;
- si desidera scendere di temperatura per aumentare efficienza;
- si punta a un comfort più rapido rispetto a un radiante.
Sono spesso il compromesso più “moderno” per chi vuole aggiornare i terminali dell’impianto di riscaldamento senza stravolgere l’abitazione.
Condizionatori mono e multi-split: il sistema di raffrescamento più comune ed economico nelle ristrutturazioni leggere
Nel residenziale, quando si parla di raffrescamento “senza demolire”, la soluzione più frequente restano i classici condizionatori: mono-split (una unità interna e una esterna) o multi-split (più unità interne collegate a una sola esterna). Dal punto di vista dei terminali, sono apparecchi ad aria che raffrescano e deumidificano direttamente l’ambiente e, nelle versioni in pompa di calore, possono anche riscaldare. Proprio per questo risultano spesso compatibili con la ristrutturazione leggera: non richiedono rete idronica, non impongono interventi sui pavimenti e consentono di climatizzare alcune zone “critiche” (camere e zona giorno) con opere relativamente contenute.
La differenza rispetto ai fan coil è principalmente nel fluido e nella distribuzione: lo split usa refrigerante e non acqua, quindi non dipende da un impianto di tubazioni idroniche e non richiede collettori o bilanciamenti. Rispetto ai sistemi VRF/VRV, invece, il multi-split è la versione “residenziale” più semplice: stesso principio e terminali analoghi, ma numero di unità e logiche di controllo generalmente più limitati, con una complessità impiantistica e di gestione decisamente inferiore.
Quindi, in caso di ristrutturazione leggera, un impianto combinato con lo schema caldaia+termosifoni per il riscaldamento e condizionatori per il raffrescamento, è ancora una soluzione valida (al netto delle limitazioni che saranno sempre maggiori per le caldaie): lo split può coprire bene il raffrescamento e il riscaldamento nelle mezze stagioni, mentre i radiatori (o altri terminali idronici) possono restare per il riscaldamento principale se l’impianto esistente è ancora valido.
Scenario B – Ristrutturazione profonda: riscaldamento a pavimento e sistemi radianti

Il riscaldamento a pavimento è spesso percepito come il massimo del comfort perché distribuisce calore in modo uniforme e riduce le zone fredde. Il profilo termico è quello spesso citato in modo divulgativo: piedi più caldi e testa più fresca, cioè una distribuzione coerente con la fisiologia umana.
Il vero valore, in chiave “Case Green”, è che un impianto radiante permette di lavorare con temperature più basse, rendendo più facile l’efficienza di sistema. Quando l’edificio è ben isolato, questo si traduce in consumi più contenuti e in una sensazione di comfort molto stabile.
Fact-check UNI EN 1264: sfatare il mito delle “gambe gonfie”
Tra i falsi miti più diffusi c’è l’idea che il pavimento radiante sia “troppo caldo” e provochi fastidi, tra cui appunto le gambe gonfie. In realtà la norma tecnica (UNI EN 1264) indica limiti di temperatura superficiale anche per garantire questi effetti indesiderati: tipicamente si parla di temperature massime 29°C nelle zone occupate e fino a 35°C nelle zone perimetrali.
Il nodo della ristrutturazione: spessori e sistemi a secco
In fase di ristrutturazione, il pavimento radiante ha un “nemico” molto concreto: lo spessore. E qui è importante chiarire subito un punto: non esiste lo spessore del “radiante” in astratto, ma è la somma di più elementi che compongono l’intera stratigrafia (eventuale isolante, pannello/struttura di posa, strato di copertura e finitura). Per questo, prima ancora di parlare di comfort e consumi, la domanda pratica diventa sempre la stessa: quanto è spesso il pacchetto del radiante a pavimento? E quanti millimetri si possono davvero aggiungere al piano di calpestio? (senza creare problemi a porte, soglie, gradini, altezze interne e raccordi con altri ambienti)
Nei sistemi tradizionali “a umido” con massetto cementizio, la quota cresce soprattutto per lo strato del massetto di copertura: la UNI EN 1264 richiede in generale almeno 30 mm di sopra il tubo per i massetti cementizi e, nella pratica di cantiere, è frequente ritrovarsi con massetti radianti finiti nell’ordine di 45–60 mm (variabile in base a tipo di massetto e stratigrafia). Se a questo si sommano pannello/isolante e pavimentazione, l’ingombro complessivo può arrivare facilmente a 6–7 cm (o più, quando servono prestazioni termo-acustiche elevate o occorre “recuperare” quote). È un pacchetto robusto e molto diffuso, ma richiede spazio e tempi di lavorazione coerenti con una ristrutturazione profonda.
Quando lo spazio è limitato, entrano in gioco i sistemi pensati per la riqualificazione: esistono soluzioni “low profile” a umido con altezze totali molto contenute. Per dare un ordine di grandezza reale, alcune configurazioni arrivano a quote minime nell’intorno dei 2–3 cm. In questi casi la riduzione di quota è significativa, ma cresce l’importanza della posa: planarità del supporto, compatibilità con la finitura e corretta gestione delle dilatazioni diventano determinanti.
Un’altra alternativa frequente in ristrutturazione è il radiante a secco, dove si rinuncia al massetto tradizionale e si utilizzano pannelli/lastre di ripartizione (spesso in gesso-fibra) che ospitano o coprono le tubazioni. Qui lo spessore della parte “tecnica” può partire da valori contenuti (ad esempio intorno ai 18 mm per alcuni sistemi), a cui vanno aggiunti gli strati di posa e la pavimentazione: il vantaggio è un cantiere più rapido e spesso più compatibile con vincoli di peso o tempi, ma la stratigrafia va comunque definita con precisione.
Infine, quando l’obiettivo è contenere l’aumento di quota al minimo e il sottofondo lo consente, si incontra la soluzione della fresatura nel massetto esistente: i canali vengono ricavati nel supporto e le tubazioni “entrano” nello spessore già presente. È un approccio interessante, ma non è universale: dipende dalla qualità e dallo spessore del massetto esistente, che in alcuni casi deve essere dell’ordine di 4 cm circa (o più, a seconda del sistema) per consentire l’operazione in sicurezza.
Oltre il pavimento: riscaldamento a soffitto e a parete
I sistemi radianti non sono solo “a pavimento”. In ristrutturazione, il soffitto radiante può essere una soluzione da prevedere quando:
- esistono pavimenti di pregio che non si vogliono demolire;
- è già previsto un controsoffitto in cartongesso;
- si cerca una soluzione che gestisca bene anche il raffrescamento.
Un vantaggio del soffitto radiante quando viene usato per raffrescare è legato a un comportamento molto semplice dell’aria: l’aria raffreddata tende a scendere e a distribuirsi in modo più uniforme nella stanza. Per questo la sensazione può essere di frescura diffusa, senza getti d’aria e senza correnti marcate come accade con alcuni sistemi a ventilazione. Resta però un aspetto tecnico da gestire con attenzione: in estate bisogna controllare umidità e temperature per evitare la formazione di condensa, cioè che il soffitto si raffreddi sotto il punto di rugiada.
Riscaldamento a battiscopa: soluzione di nicchia e per casi particolari
Tra i terminali dell’impianto di riscaldamento, il battiscopa è meno diffuso ma talvolta viene proposto in ristrutturazioni dove si vuole evitare interventi importanti sui pavimenti. Il principio è quello di distribuire il calore lungo il perimetro dei locali, in prossimità delle pareti: in questo modo si crea una fascia “temperata” che può ridurre la sensazione di pareti fredde e migliorare il comfort in ambienti dove il disagio nasce soprattutto dalle superfici esterne.
In pratica, può avere senso quando si vuole limitare le demolizioni, quando ci sono vincoli sulle quote dei pavimenti oppure quando si cerca una soluzione che lavori in modo continuo e uniforme, senza elementi sporgenti come radiatori tradizionali. È però una scelta da valutare con attenzione: richiede continuità lungo le pareti (quindi attenzione ad arredi fissi, nicchie, grandi vetrate e interruzioni), una posa accurata e un progetto coerente con la distribuzione degli ambienti. Proprio perché non è una soluzione “standard” e dipende molto dalla configurazione reale della casa, il battiscopa resta un terminale di nicchia: può funzionare molto bene in alcuni casi, ma non è una scorciatoia universale e va dimensionato e integrato con criterio nel sistema complessivo.
La gestione estiva: raffrescamento e deumidificazione
Come abbiamo già accennato, un impianto radiante può essere utilizzato anche per raffrescare.
La soluzione è senza dubbio ottima, ma nell’utilizzo dei pannelli radianti quali terminali dell’impianto di raffrescamento, c’è da considerare che la resa è legata a un vincolo fisico semplice: la superficie non può scendere liberamente di temperatura, perché se si avvicina troppo al punto di rugiada dell’aria interna compare condensa. Per questo, in estate il radiante non si giudica solo “in gradi”, ma in equilibrio tra temperatura di superficie e umidità dell’ambiente. Se l’umidità resta alta, la centralina deve tenere l’acqua più “tiepida” e la potenza frigorifera disponibile si riduce; se invece l’umidità viene controllata, la superficie può lavorare in modo più efficace senza rischi.
Da qui si capisce perché si parla sempre di deumidificazione dedicata in caso di utilizzo dei pannelli radianti anche per il raffrescamento: non è un accessorio, ma la condizione che rende il raffrescamento radiante stabile e affidabile. La deumidificazione può essere ottenuta con unità specifiche (canalizzate o puntuali) oppure con sistemi di ventilazione meccanica controllata dotati di trattamento dell’aria; l’obiettivo non è “fare freddo”, ma mantenere l’umidità entro un intervallo compatibile con le temperature di lavoro del radiante. In assenza di questa strategia, il rischio non è solo la condensa: è anche un raffrescamento percepito come poco efficace nelle giornate umide, pur con impianto tecnicamente corretto.
Questo è uno dei motivi per cui, nel confronto tra i vari terminali dell’impianto di riscaldamento, i sistemi radianti sono eccellenti per comfort e efficienza in inverno, ma richiedono un progetto più integrato e complesso se l’obiettivo include anche il funzionamento in estate.
Scenario C – Climatizzazione totale e rapida: ventilconvettori (fan coil)

I ventilconvettori (fan coil) sono terminali che scambiano calore (o freddo) con l’ambiente grazie a una batteria alimentata ad acqua e a un ventilatore che muove l’aria. Il risultato è una risposta molto più rapida rispetto ai radiatori tradizionali e ai sistemi radianti.
Conviene valutarli quando:
- serve anche raffrescamento con lo stesso impianto;
- si desidera una risposta veloce (case vissute a fasce, seconde case);
- si vuole un sistema idronico compatibile con pompe di calore e con controllo per zona.
La soluzione ideale per chi vuole caldo e freddo con un unico impianto
Dal punto di vista della logica impiantistica, i fan coil permettono di avere un sistema che fa caldo e freddo senza cambiare “filosofia”: il generatore (pompa di calore) produce acqua calda o refrigerata e i terminali la utilizzano.
Sostituire termosifoni con ventilconvettori: cosa comporta davvero (generatore, tubazioni e condensa)
Passare dai termosifoni ai ventilconvettori (fan coil) viene spesso percepito come un semplice cambio di terminale: essendo in sostanza radiatori con una ventola (è una banalizzazione ma serve per far capire il concetto) in molti pensano che sia sufficiente togliere gli uni e mettere gli altri.
In realtà installare i ventilconvettori come terminali dell’impianto di riscaldamento, è una scelta che va letta come un piccolo “salto di sistema”, perché cambia il modo in cui l’impianto viene utilizzato e, in alcuni casi, anche il modo in cui deve essere distribuito.
Per il solo riscaldamento, un fan coil può funzionare anche con una caldaia a condensazione: l’acqua calda prodotta dalla caldaia alimenta la batteria del terminale e il ventilatore accelera lo scambio termico, rendendo l’ambiente più reattivo rispetto a un radiatore. In questa configurazione, però, si sta facendo una sostituzione mirata per migliorare risposta e controllo, senza ottenere anche raffrescamento.
Se invece l’obiettivo è usare i ventilconvettori sia in caldo sia in freddo, allora serve un generatore in grado di produrre anche acqua refrigerata: tipicamente una pompa di calore oppure un sistema ibrido. In questo scenario, il terminale diventa davvero sfruttabile tutto l’anno. Ma spesso nasce un problema di compatibilità impiantistica: non basta cambiare il terminale, bisogna verificare che l’impianto sia predisposto per funzionare correttamente anche in raffrescamento.
In particolare va verificato il sistema di distribuzione. In alcuni casi le tubazioni esistenti possono essere riutilizzate, ma non è una regola: con i fan coil cambiano portate, regolazioni e modalità di funzionamento per zona; e quando si introduce il freddo entrano in gioco aspetti che con i radiatori non esistevano, come la gestione delle temperature, l’eventuale necessità di coibentare tratti di tubazione per evitare fenomeni indesiderati e la predisposizione di un controllo più preciso per ambiente. Per questo, in ristrutturazione, la sostituzione dei terminali è spesso accompagnata da interventi sul “retro” dell’impianto, alle volte limitati a singoli elementi (valvole, detentori, collettori o tratte di tubazione), più spesso che richiedono una totale sostituzione della distribuzione.
Infine c’è il vincolo più concreto, che spesso crea i maggiori problemi in appartamento: lo scarico della condensa. Quando un fan coil lavora in raffrescamento, la batteria si raffredda e l’umidità dell’aria si trasforma in acqua; quell’acqua deve essere raccolta e convogliata a uno scarico (oppure gestita con una piccola pompa di sollevamento). Trovare percorsi e pendenze senza compromettere finiture e arredi, e senza rischi di gocciolamenti o rumori, è spesso il punto che “fa o disfa” la scelta. Per questo la valutazione corretta non parte dal modello di ventilconvettore, ma da tre verifiche preliminari: generatore adatto (solo caldo o caldo/freddo), distribuzione coerente e soluzione certa per la condensa.
Comfort e acustica: i moderni fan coil inverter
Il pregiudizio più diffuso all’utilizzo dei ventilconvettori come terminali dell’impianto di riscaldamento, è legato al rumore e alla sensazione di aria mossa, spesso associata a modelli datati. Oggi molte unità utilizzano motori EC/brushless e regolazioni che consentono modulazione fine della velocità e funzionamenti a bassi regimi.
Questo non significa che il rumore non esista: significa che il progetto (posizione, dimensionamento, qualità del terminale) può ridurre drasticamente il problema percepito.
Tipologie di ventilconvettori: a parete, a console, a cassetta e canalizzati (come scegliere in ristrutturazione)
In ristrutturazione, la scelta del ventilconvettore dipende soprattutto da un fattore pratico: dove c’è spazio per installarlo. Da qui deriva anche quanto il terminale sarà visibile e quanto saranno semplici tubazioni, scarichi e manutenzione.
I fan coil a vista sono spesso i più semplici da gestire in ristrutturazione perché non richiedono controsoffitti o canalizzazioni e permettono di intervenire “a zona” con opere relativamente contenute.
- A parete alta (tipo split): sono collocati in alto, come un climatizzatore tradizionale, e per questo lavorano bene anche in raffrescamento distribuendo l’aria dall’alto. In ristrutturazione sono pratici quando si vuole limitare l’ingombro a pavimento e si hanno pareti idonee al passaggio delle tubazioni e allo scarico condensa. La posizione alta, però, richiede attenzione al getto d’aria (per evitare correnti dirette in zone di sosta) e una verifica accurata di come far arrivare e “nascondere” tubazioni e scarico.
- A console / a mobiletto basso: sono installati a pavimento o poco sopra, spesso in posizione simile a un radiatore. In retrofit possono essere una scelta naturale quando si vuole riutilizzare i percorsi impiantistici esistenti o quando la parete alta non è disponibile. In riscaldamento funzionano molto bene per reattività; in raffrescamento la posizione bassa è possibile, ma va progettata con cura la distribuzione dell’aria per evitare stratificazioni e per garantire comfort uniforme. Dal punto di vista estetico, sono più visibili di un canalizzato ma spesso più “accettabili” di una macchina a parete alta in ambienti rappresentativi.
I ventilconvettori a cassetta (da controsoffitto) sono una categoria importante che vale la pena citare esplicitamente perché rappresenta un compromesso molto diffuso: la macchina è incassata nel controsoffitto e si vede solo la griglia inferiore o al massimo tutto il pannello inferiore. In ristrutturazione diventano interessanti quando è già previsto un controsoffitto (per impianti, illuminazione, ribassamenti tecnici) e quando si vuole una distribuzione dell’aria più “centrale” nell’ambiente. Di contro, richiedono spazio in altezza (almeno 25cm), una progettazione più attenta di riprese e mandata e un accesso manutentivo corretto: se il controsoffitto viene disegnato senza prevedere ispezioni, filtri e scarico condensa, si crea un problema operativo nel tempo.
I fan coil canalizzati sono i più “invisibili” perché la macchina può essere nascosta (controsoffitto, vano tecnico, corridoio) e l’aria viene distribuita con canalizzazioni e bocchette. Sono la soluzione più pulita dal punto di vista estetico e spesso la più confortevole in raffrescamento, ma anche quella che richiede più progetto: spazio per canali, corretta distribuzione delle bocchette, gestione delle riprese, abbattimento acustico e accessibilità per manutenzione. In un appartamento, la fattibilità dipende quasi sempre dalla presenza (o dalla possibilità) di un controsoffitto continuo e da una distribuzione interna che consenta un percorso logico dei canali.
In tutti i casi, la logica resta la stessa: la scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento deve essere coerente con lo spazio disponibile, le finiture che si vogliono preservare, la possibilità reale di gestire tubazioni e condensa e, soprattutto, con l’obiettivo estivo (raffrescamento e deumidificazione) che spesso è ciò che determina la scelta del terminale più ancora del riscaldamento.
L’alternativa ad aria diretta: split e pompe di calore aria-aria
Quando una ristrutturazione non prevede opere murarie importanti e l’obiettivo è avere caldo e freddo con intervento minimo, lo split (o multi-split) diventa spesso la soluzione più pragmatica.
Quando lo split è la scelta più “furba” (ristrutturazioni senza opere murarie)
Un sistema aria-aria:
- evita tubazioni idroniche e collettori;
- offre raffrescamento immediato;
- consente una gestione per ambienti (una unità = una zona) con buona flessibilità.
In molte ristrutturazioni leggere, l’adozione di split come riscaldamento principale o integrativo è una scelta che nasce da vincoli reali: tempi, budget, impossibilità di demolire pavimenti o passare tubazioni.
Efficienza stagionale (SCOP) e limiti di comfort
Quando si confrontano macchine aria-aria, il parametro più utile non è il COP “di targa” in un punto, ma gli indici stagionali (SCOP per riscaldamento, SEER per raffrescamento), che permettono paragoni più realistici. Fonti tecniche europee ricordano che SCOP e SEER sono misure standardizzate utili per confrontare efficienza in condizioni più vicine all’uso reale.
Sul piano del comfort, però, va ricordata una differenza sostanziale: lo split scalda muovendo aria. In alcuni ambienti questo è perfettamente accettabile; in altri può essere percepito come meno “avvolgente” rispetto a un radiante o a radiatori ben regolati. È un tema che dipende molto da layout e posizionamento.
Terminali di impianti VRF/VRV: quando ha senso in residenziale

Nel linguaggio comune, gli impianti di tipo VRF e VRV vengono descritti come versioni evolute dei classici condizionatori mono e multi split.
Dal punto di vista dei terminali, un sistema VRF/VRV è assimilabile a un impianto a split perché il principio è lo stesso: ogni unità interna è, di fatto, un terminale ad aria con batteria attraversata dal refrigerante (non da acqua), ventilatore, filtri e scarico condensa. In altre parole, il “terminale” non è un radiatore né un fan coil idronico: è una unità interna a espansione diretta, molto simile a quella di uno split o di un multi-split per forma e funzione.
La differenza sta nel fatto che, mentre un multi-split è pensato per un numero limitato di unità interne e per impianti relativamente semplici, il VRF/VRV è progettato per gestire molte più zone e una regolazione più sofisticata, con maggiore flessibilità impiantistica. Questa differenza “di sistema” si riflette anche sui terminali: spesso il VRF offre una gamma più ampia di unità interne (le stesse tipologie dei ventilconvettori) e una gestione più fine delle portate e delle modulazioni, soprattutto quando le zone aumentano e le esigenze si diversificano.
In ambito residenziale “classico” (appartamento o villetta), spesso un multi-split copre già bene le esigenze di riscaldamento/raffrescamento per zone. I sistemi VRF/VRV diventano più sensati quando aumentano le stanze servite, le unità interne e la necessità di controllo avanzato, ad esempio in abitazioni grandi, su più livelli, con molte zone indipendenti o con richiesta di regolazioni molto differenziate (camere, studio, zona giorno, dependance).
Per capire la differenza restando sul tema terminali, può essere utile leggerla così:
- Somiglianze (VRF/VRV vs split/multi-split): terminali ad aria con ventilazione, filtri e produzione di condensa; risposta rapida; installazione senza rete idronica.
- Differenze chiave: nei VRF/VRV è più frequente trovare configurazioni con molte unità interne (anche canalizzate, a cassetta, a parete, a console) e una gestione più articolata delle zone; inoltre alcuni sistemi consentono, in determinate configurazioni, anche funzionamento simultaneo caldo/freddo in zone diverse, cosa che cambia le logiche d’uso e può influenzare la scelta dei terminali per determinati ambienti.
Resta un aspetto spesso dato per scontato, che in realtà è comune a tutti i terminali dell’impianto di riscaldamento che abbiamo visto: VRF/VRV e split lavorano in ricircolo, quindi le unità interne climatizzano l’aria presente nei locali ma non introducono aria esterna “nuova”. Questo significa che il sistema, da solo, non garantisce automaticamente un buon ricambio d’aria né una gestione completa dell’umidità in tutte le condizioni: quando il progetto richiede ventilazione controllata, qualità dell’aria costante o deumidificazione più spinta, serve una strategia dedicata (ad esempio VMC o soluzioni integrate).
Per questo, anche con tecnologie evolute, la scelta del terminale resta un passaggio decisivo e molto “concreto”: parete, console, cassetta o canalizzato vanno selezionati in base a come si vuole distribuire l’aria nell’ambiente, alla rumorosità percepita, ai vincoli estetici e – soprattutto in raffrescamento – a come verrà gestita la condensa e l’accessibilità per la manutenzione. La logica è la stessa di un impianto a split, con la differenza che nel VRF/VRV il numero di terminali e la complessità delle zone rendono ancora più importante un coordinamento progettuale accurato.
Terminali a confronto: criteri pratici per decidere
In questo articolo abbiamo visto diverse famiglie di terminali. Serve una sintesi che eviti scelte ideologiche e aiuti a decidere con pochi criteri oggettivi. Vediamoli nella seguente tabella
| Tipologia di terminale | Comfort percepito | Inerzia termica | Invasività in ristrutturazione | Compatibilità con bassa temperatura | Raffrescamento estivo | Note tipiche di cantiere |
| Radiatori / termosifoni | Buono (variabile) | Media/alta (ghisa) | Bassa | Media (dipende da dimensionamento) | No | Ottimizzazione con valvole e bilanciamento spesso decisiva |
| Radiatori “bassa T” / ventilati | Buono | Bassa/media | Bassa/media | Alta | Talvolta (solo alcuni sistemi) | Soluzione ponte per scendere di mandata senza demolizioni |
| Radiante a pavimento (massetto) | Molto alto | Alta | Alta | Molto alta | Sì (con deumidificazione) | Quote e tempi di cantiere determinanti |
| Radiante a secco / basso spessore | Molto alto | Media | Media | Molto alta | Sì (con deumidificazione) | Richiede verifica pacchetto e compatibilità finiture |
| Radiante a soffitto/parete | Alto | Media | Media | Alta | Sì (molto efficace) | Spesso integrato con controsoffitti |
| Fan coil / ventilconvettori ad acqua | Buono (dinamico) | Bassa | Media | Alta | Sì | Scarichi condensa e attenzione acustica |
| Split aria-aria (Vrf/Vrv, mono e multi-split) | Buono (convettivo) | Bassa | Bassa | Alta (logica diversa) | Sì | Comfort dipende da posizione e distribuzione aria |
Nota su VRF/VRV: dal punto di vista dei terminali, un VRF/VRV utilizza unità interne ad aria (parete, console, cassetta, canalizzate) molto simili agli split; la differenza è “di scala e controllo”: nasce per gestire molte unità e molte zone, con regolazioni più evolute e, in alcune configurazioni, anche con possibilità di recupero di calore tra ambienti. Per questo in residenziale sostituisce raramente il classico multi-split, ma diventa interessante quando le zone aumentano e la gestione deve essere davvero indipendente.
Questa tabella naturalmente non sostituisce un progetto, però può aiutare ad evitare uno degli errori più comuni nella scelta dei terminali dell’impianto di riscaldamento: scegliere guardando solo il prodotto e non il sistema nel suo complesso. In particolare, è possibile vedere quali soluzioni lavorano meglio a bassa temperatura, quali sono più adatte a un uso discontinuo e quali richiedono una strategia estiva completa (deumidificazione/condensa).
Conclusioni
In ristrutturazione, scegliere i terminali dell’impianto di riscaldamento (e di raffrescamento) significa decidere molto più di un “corpo scaldante”: significa scegliere un comportamento dell’abitazione, un tipo di comfort e una direzione futura dell’impianto. Radiatori, radianti, fan coil e split non sono alternative in competizione ideologica; sono strumenti diversi, con punti di forza e vincoli reali.
La linea guida resta quella di vedere tutto il sistema-edificio, compreso l’impianto di riscaldamento/raffrescamento, come un sistema: prima si comprende l’edificio (dispersioni, vincoli di quote, possibilità di demolire), poi si chiarisce l’obiettivo (solo caldo o anche freddo), infine si sceglie il terminale coerente con temperature di lavoro efficienti e con lo stile di vita.
Infine, un punto che fa la differenza tra un impianto riuscito e un impianto deludente: la scelta del terminale non dovrebbe mai essere scollegata da un progetto termotecnico a monte, anche se semplificato. È quel passaggio che traduce desideri e vincoli in numeri, dimensionamenti e scelte coerenti.
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